Eolico e fotovoltaico senza criteri e regole un disastro per l’ambiente

Un articolo di Vitantonio Iacoviello apparso sulla rivista culturale lucana Decanter:

Mi affascinava sempre, nel territorio agricolo della mia Lavello, la vista di quelle ruote alettate che, innalzate su tralicci di ferro alti intorno a dieci metri, ruotavano cigolanti, così come mi rallegravano gli sbuffi di acqua che sgorgavano alla base ed andavano a riempire la vasca presso la quale animali ed umani aspettavano il loro turno.
“Ing. Raimondo Vivarelli” leggevo alla base di questi impianti che, insieme con le casette ( casotte le chiamavamo e le chiamiamo ancora, chissà perché ) costruite dall’Ente Riforma negli anni Sessanta, avevano,nell’arco di pochissimi anni, trasformato il paesaggio della mia infanzia, caratterizzato da un complesso monastico di inizio secondo millennio, da numerose masserie che poi sono state vincolate come beni storico-architettonici e da fresche festose acque sorgive che si abbracciavano e si fondevano in valloni ricchi di alberi e di erbe di ogni specie.
La trasformazione alla quale assistevo quando a piedi andavo da una masseria all’altra, attraverso i valloni della Foresta e del Lampeggiano, alla ricerca di origano, funghi, o erbette di ogni specie, appariva in continuità e in sintonia con l’alleanza territorio-mondo contadino: le casotte avevano incrementato la presenza stabile di chi aveva cura della terra e ne traeva sostentamento e le torri di ferro miracolosamente fornivano sul posto acqua della quale prima ci si approvvigionava con gli asini trasportandola dai pozzi e dalle sorgenti di cui la zona è ricca.Se quel modello di sviluppo agrario abbia funzionato oppure no è tutt’altro discorso. Resta il fatto che il tentativo venne fatto a beneficio della gente dei luoghi e soprattutto senza stravolgere irrimediabilmente territori e paesaggi i quali, finita la funzione delle pompe a vento, rimossi i tralicci, sono tornati com’erano.
Un altro fatto resta: dopo qualche decina di anni quelle miniaziende agricole, temporaneamente abbandonate perché non ci si ricavava il reddito necessario a una famiglia e perché troppo isolate, sono tornate a rivivere, i fabbricati sono utilizzati e in qualche caso i proprietari vi abitano stabilmente
In quelle stesse zone, così come purtroppo in tantissime altre, soprattutto nell’Italia meridionale, oggi si vorrebbe imporre quello che viene presentato addirittura come un nuovo modello di sviluppo, legato alla produzione di energia elettrica tramite schiere di pale eoliche, che si sono sostituite alle antiche pale del sollevamento dell’acqua, o di pannelli fotovoltaici.
Ma chi ha scelto per noi cittadini di Basilicata questo presunto nuovo modello di sviluppo? E a beneficio di chi? E con quali conseguenze sullo stato dei luoghi? Ovvio che non è in discussione l’impegno mondiale di minimizzare le emissioni di CO2, ma tale proposito avrebbe dovuto e potuto effettivamente incentivare anche un vero nuovo modello di sviluppo, legato però alla ricerca di meccanismi produttivi capaci di conciliare, armonizzare e portare a sinergia tutta una complessa serie di elementi interagenti e tendenti all’obbiettivo prefissato.
Così non è stato, perché a monte, a livello globale e poi a scendere ai livelli nazionali e regionali, si è incentivata la produzione di energia da fonti rinnovabili, e solo quella, senza preoccuparsi minimamente di studiarne e di controllarne gli effetti distorcenti e soprattutto senza preoccuparsi in concreto di subordinare la pioggia di incentivi, oltre che al raggiungimento delle quote di energia
prodotta da fonti rinnovabili sul totale, alla grande opportunità di fare dell’intera operazione il volano di uno sviluppo che si rivelasse equo dal punto di vista economico.
Non essendo stati finalizzati gli incentivi alla ricerca, al risparmio e all’efficienza in campo energetico, alla crescita equa e allo sviluppo armonico, chi prima ha capito il grande affare ha approfittato dell’assenza di indirizzi e si è lanciato nella produzione di grandi impianti eolici e fotovoltaici solamente a fini di lucro. L’abbraccio fra grandi produttori e finanzieri, ma probabilmente anche fra progettisti di grandi impianti e “sviluppatori”, ha poi costituito una grande armata che si è infiltrata nelle istituzioni e nei partiti, assediandoli e, nel migliore dei casi, togliendo loro lucidità in nome delle paroline magiche “green economy”. Nella trappola sono finite (solo per non aver compreso?…) anche associazioni ambientaliste e singole personalità che non hanno saputo o voluto soffermarsi sui tre interrogativi, abbracciando acriticamente, fra l’altro, la tesi che i grandi impianti fotovoltaici ed eolici comportano grande incremento dell’occupazione. Quello che è certo è che in Puglia sono stati sequestrati campi fotovoltaici perché sfruttavano vergognosamente il lavoro di extracomunitari e per quanto riguarda l’eolico, studiando uno dei progetti presentati su Lavello dalla Novawind, ho letto che nel mondo l’occupazione creata dall’eolico pochissimi anni fa era di 200.000 unità…cifra strabiliante,vero?…complessivamente nel mondo!
Di queste unità, ci informa sempre la Novawind,il 37% concerne la produzione ( e sappiamo bene in quale parte del mondo si producono prevalentemente le pale,non certo in Italia),il 22% la fabbrica componentistica,il 16% gli sviluppatori dei progetti( occupazione non certo a vantaggio locale).
Per il restante 25% non è dato sapere, ma si presume sia per manodopera specializzata, tecnici specialisti del montaggio, della manutenzione, della cantieristica e similare, alle strette dipendenze dell’azienda.
Quello che gli eolici acquistano sul posto è cemento e quello che offrono come lavoro è manodopera di non elevato livello e limitatamente alla durata dei lavori di costruzione. Dopo questa fase, ci fa sapere un’altra azienda eolica il cui progetto ho studiato, verrà affidata ad aziende locali la…pulizia delle stradine con le quali viene graffiato il territorio. Ancora,nei progetti eolici si legge “ questo impianto produrrà energia elettrica sufficiente per migliaia di famiglie”… che vuol dire? Non certo quello che il cittadino qualsiasi, anche colto, capisce. Non dicono correttamente che in realtà neppure un kw di energia prodotta resterà sul posto, anche se l’impianto produrrà energia elettrica che, se fosse destinata alla collettività locale, a quella che subisce la devastazione dell’ambiente circostante, soddisferebbe le esigenze di migliaia di famiglie.
Senza contare,per altro,che il consuntivo abilmente proposto si riferisce a “famiglie” intese come mero consumo ad esse circoscritto, escluso quindi tutto quello che in una città costituita da queste famiglie vi circola intorno ( per es. ascensori, ospedali, negozi, centri –servizi,illuminazione pubblica, uffici ecc.).
Quella energia prodotta ( non parliamo poi del fatto che trattasi di energia che non risponde ad una domanda, ma solo alla disponibilità della fonte in quel momento…) viene immessa nella rete nazionale, pagata al titolare dell’impianto, trasportata dove serve,molto lontano da una povera terra come la Basilicata, con grandissime perdite di carico durante il trasporto, che poi, in termini economici, devono per forza gravare sulla bolletta elettrica del consumatore, così come gli incentivi concessi (o forse sarebbe meglio definirli sussidi?)
Per questo il ministro Clini, immediatamente seguito anche dai nostri governanti a livello regionale, ha detto che occorre produrre là dove si consuma. Peccato che ai proclami non siano seguiti mutamenti di rotta coerenti…
Altre e più importanti ragioni avrebbero dovuto far propendere per l’incentivazione del risparmio, della efficienza, della produzione di energia là dove la si consuma, con installazioni sui tetti di condomini recenti,di capannoni, su aree cementificate, al servizio diretto di aziende e singoli cittadini, con piccoli impianti per l’autoconsumo, da situare lontano da zone quali edifici e centri storici o manufatti e siti di interesse culturale e paesaggistico.
La prima di queste ragioni è l’equità, la seconda è lo stimolo alla nascita di piccole aziende locali di costruzione e di installazione, la terza è la salvaguardia dell’immensa ricchezza costituita dal patrimonio ambientale, culturale, paesaggistico ed economico dei territori italiani. E tutte queste ragioni sono pienamente coerenti con gli obiettivi di “decarbonizzazione” del sistema nazionale come dimostrabile con dati incontrovertibili.
Qualcuno ha scelto per noi, scientemente o omettendo di ragionare e vigilare, di non imboccare altre strade che ci avrebbero consentito e che ci consentirebbero ancora di mettere insieme opportunità di uscita dalla crisi, riduzione dei gas serra e buona custodia di quei beni ambientali che i nostri padri hanno lasciato in prestito a noi e che noi abbiamo il dovere di lasciare ai nostri figli.
Qualcuno ha scelto di affidare il futuro dei nostri territori, del nostro sviluppo (?) a “benefattori” che per farsi approvare i progetti arrivano anche a non descrivere correttamente i nostri luoghi ( si documenti personalmente il lettore cliccando su Google le parole “così cambia il territorio con l’eolico”) facendoli apparire di poco pregio e quindi meritevoli addirittura di essere “migliorati” con le loro pale.
C’è da sperare che le politiche di governo del territorio, a livello comunale, regionale e nazionale, corrano ai ripari per salvare il salvabile e invertano la rotta, attraverso una pianificazione dell’uso del territorio e una politica degli incentivi più coerenti, rafforzando i controlli preventivi, rimuovendo le norme finora emanate le quali, magari involontariamente, favoriscono la speculazione.

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