DOVE L’ENERGIA È PIÙ CARA CHE ALTROVE

Un articolo di Mario Pirani apparso sull’edizione odierna di Repubblica:

GIUSTO un anno fa, su questa rubrica, tracciammo il bilancio del mercato energetico nazionale anche in vista dei mutamenti richiesti dall’Unione europea. Oggi con un nuovo governo e il cambio di tutti i vertici delle società energetiche dobbiamo purtroppo concludere che in Italia, diversamente da altri Paesi, gli effetti sono stati opposti agli auspici. Lo schema parla da solo: bollette energetiche molto più care degli altri (del 30%); decine di grandi impianti di produzione termoelettrica (anche nuovi) fermi; raffinerie di prodotti petroliferi in chiusura; progetti di rigassificazione di gas liquido non più meritevoli di essere costruiti; enormi esborsi (speculativi) a favore di alcune fonti rinnovabili; perdita di oltre 70mila occupati nel settore; industrie manifatturiere che se ne vanno per gli alti costi dell’energia (Acciaierie di Terni).

Cercando di non attribuire tutte le responsabilità alla perdurante crisi economica, guardiamo alle motivazioni più vicine alle nostre responsabilità. Tra queste ragioni, senza dubbio, una fondamentale è da attribuire alla mancanza di guida del settore da parte del Ministero dello Sviluppo Economico. Va aggiunta anche una certa “accondiscendenza” delle organizzazioni sindacali, abbagliate da prospettive, poco credibili, di riconversione tecnologica delle professioni. Né il governo né i nuovi amministratori delegati delle due più grandi aziende, Eni ed Enel, danno segnali di cambiamento per affrontare la forte crisi del settore energetico. Per non dire del silenzio totale delle altre imprese elettriche presenti in Italia (Sorgenia, E.ON, Edison…). Se è vero che la ripresa economica passa anche attraverso l’incremento dei consumi di beni da parte delle famiglie, oggi tartassate da tributi nazionali e locali, perché non provare, in via indiretta, con la riduzione delle bollette energetiche? E questo si può fare eliminando parzialmente oneri impropri (aiuti alle ferrovie, al nucleare, eccetera) ma soprattutto la sovra-incentivazione ancora attiva per alcune fonti, al fine di riportare equità in una selva di trattamenti di favore. Al di là di generici appelli, si ritiene che alcune decisioni concrete possano davvero essere assunte in tempi brevi ed avere efficacia.
Abbiamo almeno trenta grandi centrali termoelettriche e sei o sette raffinerie di petrolio, comprese quelle già chiuse, collocate in aree strategiche del Paese e già dotate di infrastrutture di servizio di straordinario valore. Un valore patrimoniale così alto, realizzato in grossa parte con finanziamenti pubblici negli anni ‘70-80, non può essere lasciato abbandonato a se stesso e alla semplicistica e spesso miope ottica delle imprese titolari. Va assolutamente, a livello governativo, riprogrammato il miglior uso di questi siti. Sempre in tema di energia, ma sul lato delle fonti rinnovabili è, come già detto altre volte, opportuna e necessaria una scelta ragionata su cosa mandare avanti. Si ripetono continuamente disastri idrogeologici. Occorrono miliardi di euro per la messa in sicurezza, ma, vista la situazione delle casse dello Stato, l’impresa appare quasi impossibile da realizzare. Anche qui sarebbe opportuno copiare e ispirarsi ai modelli che altri hanno attuato. Nella stessa Italia, in Trentino Alto Adige e nelle Marche, esistono esempi di buona pratica gestionale del territorio. Replichiamoli ed incentiviamo il privato ad applicarli, sburocratizzando il sistema, semplificando i permessi, riducendo il potere ostativo degli enti (consorzi bonifica, comunità montane…).
Abbiamo già parlato in questa sede di un’impresa, la Loccioni, che dalla bonifica del fiume, con alcuni accorgimenti, ha tratto benefici, domandone l’irruenza nei periodi di piena, che divengono un valore anche energetico. Il tutto a costo zero per le casse pubbliche. Il dedalo intricato di percorsi burocratici per ottenere il nulla osta, che spesso sfocia in un diniego, smentisce il dichiarato parere favorevole di tutti. Pratiche di questo tipo porterebbero sicuro giovamento alle casse dello Stato e benessere alle comunità che le sviluppano. Sono stati redatti moltissimi conti economici favorevoli a queste modalità. Per le biomasse tra gli altri si distinguono il Centro Biomasse dell’Università di Perugia che ha studiato diverse soluzioni, così come la struttura regionale Veneto Agricoltura che è in grado di consigliare gli agricoltori a piantumare le specie vegetali “energetiche” più adatte al territorio dove vivono. Questa è l’energia a chilometro zero, energia italiana, energia pulita.

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