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Carlo Alberto Pinelli: fascismo eolico

Fascismo eolico di Carlo Alberto Pinelli
Da Il Riformista 1 maggio 2009

Il professor James Lovelock, famoso maitre a penser dell’ambientalismo britannico, in un recente articolo comparso sul Guardian ha parlato di “fascismo eolico”. La definizione, anche se volutamente provocatoria e paradossale, coglie un aspetto non secondario della aggressiva pressione propagandistica messa in atto dai fautori del ricorso all’energia dal vento.

Per affrontare razionalmente, senza paraocchi dogmatici o segreti interessi, il problema controverso degli impianti eolici, bisogna partire da due considerazioni incontrovertibili. La prima riguarda le dimensioni dell’intervento. In Italia si stanno realizzando, o sono in fase di avanzata progettazione, oltre diecimila aerogeneratori a elica alti in media tra i cento e i centocinquanta metri; vale a dire, più o meno come la Mole Antonelliana di Torino. Ciò comporterà una radicale manomissione di quanto ancora resta del patrimonio naturale, ecologico, storico e paesaggistico del nostro Paese. Probabilmente abbiamo a che fare con la più estesa trasformazione del paesaggio mai compiuta dall’uomo moderno. Estesa, barbarica e inutile.

Qui interviene la seconda considerazione: quella sconfinata selva di gigantesche torri rotanti quanta energia “pulita” sarà in grado di fornire per soddisfare la nostra bulimia consumistica? Tutti gli esperti concordano nel giudicarne l’apporto del tutto irrisorio: al massimo si potrebbe coprire il 6% del fabbisogno nazionale. Senza mettere in conto che tale fabbisogno, basato come è sullo spreco, aumenta di circa il 2,8% ogni anno. Pochi riflettono sul fatto che basterebbe ammodernare la rete di distribuzione attuale per risparmiare quasi il 15% di energia prodotta con i sistemi tradizionali.

È stupefacente constatare fino a che punto questa macroscopica sproporzione tra costi (culturali, paesaggistici, ambientali, ecologici, turistici eccetera) e benefici venga presa sottogamba dalla classe politica e dagli amministratori della cosa pubblica e non trovi attenzione nei media. Ai cittadini viene sottratta la possibilità di comprendere quale sia la posta in gioco e quale paesaggio lasceranno in eredità ai loro discendenti. Qualche settimana fa si è tenuto a Palermo un importante convegno internazionale per esaminare i limiti del ricorso all’energia dal vento e denunciare i danni che la diffusione sregolata degli impianti eolici sta causando al patrimonio naturale e culturale di molti Paesi europei. Salvo un paio di eccezioni, la stampa nazionale e le televisioni hanno ignorato l’avvenimento, sebbene tra i relatori ci fossero esperti di fama mondiale e personalità di primissimo piano, a cominciare dall’ex presidente della Repubblica francese Valery Giscard d’Estaing. Distrazione? È più probabile che il silenzio non sia stato casuale. La lobby degli industriali dell’eolico in Italia ha acquistato un enorme potere anche grazie alla non disinteressata connivenza di varie testate giornalistiche e a quanto pare è in grado di censurare una notevole parte delle informazioni che potrebbero avere un effetto negativo sui suoi affari.
Ci sono ragioni economiche che sembrano rendere inarrestabile la marcia dell’orda eolica. Si tratta di ragioni assai semplici, riassumibili negli enormi guadagni che la messa in opera e la gestione degli impianti eolici garantisce alle società italiane e straniere attive nel settore. Si parla di un giro di affari che supera i 300 milioni di euro l’anno.

Per rendere realmente produttivo un aerogeneratore occorre poter contare su almeno 2.000 ore annue di un vento costante che soffi tra i 15 e gli 80 km l’ora. Invece qui da noi queste condizioni sono rare. I nostri venti o sono troppo deboli o troppo violenti. E soprattutto sono particolarmente capricciosi, rendendo inaffidabile la loro collaborazione per la produzione di un flusso costante di energia elettrica. Ormai tutte le zone collinari accessibili che godono di condizioni adatte sono state occupate. Tuttavia si continuano a progettare e realizzare innumerevoli nuovi impianti eolici di per sé palesemente improduttivi (e costosi per la collettività). In prospettiva rischiamo di venir accerchiati da 25.000 torri in piena vista su tutti i crinali della penisola.

Perché? Semplicemente perché il Governo, attraverso il meccanismo dei certificati verdi, incentiva oltre il lecito, cioè in una proporzione più che doppia rispetto agli altri Paesi europei, il ricorso a questo tipo di energia “pulita”. Gira gira, anche se non proprio in modo diretto, il costo alla fine lo paghiamo tutti noi. Il cittadino, se da un lato usufruirà solo marginalmente di energia elettrica prodotta con sistemi non inquinanti, dall’altro vedrà progressivamente scomparire dal proprio orizzonte la bellezza, il tessuto storico e la multiforme individualità dei paesaggi italiani, cannibalizzati dalla ossessiva presenza dei giganteschi mulini a vento. In altre parole: il danno e la beffa. Lascia letteralmente di sasso constatare come a fianco dell’Anev si siano schierate alcune delle maggiori associazioni ambientaliste italiane, quali Legambiente e Greenpeace; mentre il WWF e il Club Alpino non riescono a prendere una chiara posizione e oscillano da tempo tra il sì e il no. Si può comprendere che una parte del movimento ambientalista, dopo aver predicato per decenni l’efficacia risolutiva del ricorso alle energie rinnovabili, provi qualche imbarazzo ad ammettere ora il proprio errore. Meno facile accettare che costoro, per controbattere le ragioni di chi (come Italia Nostra, la Lipu, gli Amici della Terra, Mountain Wilderness la Coldiretti eccetera) dissente e continua a lottare in difesa del paesaggio, non abbiano trovato niente di meglio che fare ricorso agli stessi logori argomenti utilizzati in passato contro gli ambientalisti dai più accaniti speculatori e dai cementificatori del Bel Paese. L’accusa è quella di “estetismo romantico di retroguardia”. C’è di che stare allegri!