Articolo apparso sull’Espresso del 6 maggio 2010
Vento di mafia
di Fabrizio Gatti
Il business dell’eolico. Il ricco bottino dei fondi pubblici. Nel mirino di imprenditori legati alle cosche. E di faccendieri. In Sardegna è partito l’assalto all’industria dell’energia pulita
Ci siamo giocati anche la Sardegna. Stanno cadendo uno dopo l’altro gli ultimi territori liberi dalla mafia. Gli interessi di imprenditori in contatto con gli uomini di Cosa nostra sono arrivati fin qui, nel cuore più antico dell’autonomismo.
Da queste parti gli amici degli amici non sparano. Vengono armati di mappe meteorologiche, anemometri e soldi. Montagne di calcare e granito rosso, di pascoli e sughereti sono state sventrate per innalzare eliche e torri. Ovunque. L’entroterra incontaminato dell’isola non sarà più lo stesso che abbiamo visto o sentito raccontare. L’energia eolica regala elettricità pulita in tutto il mondo. Non nell’Italia del malaffare certificato. Bastano 10 mila euro per conquistare il diritto a demolire il paesaggio. È il capitale necessario per costituire una piccola srl. E per accaparrarsi poi le concessioni e i milioni di finanziamento pubblico.
Si possono vedere all’opera a Cagliari amministratori di società che a Napoli si occupano di noleggio di pedalò: in fondo si tratta sempre di fonti alternative. Oppure capita di inciampare nelle aziende del capitalismo nazionale. E scoprire che l’ex socio che ha aperto la via del vento ai fratelli Gianmarco e Massimo Moratti è stato condannato il 9 marzo a Palermo per corruzione. Con l’aggravante di avere favorito proprio Cosa nostra. Si chiama Luigi Franzinelli, 66 anni: ha disseminato l’Italia di pale e piloni.
Bisogna percorrere le coste e i crinali esposti al maestrale. Dalla provincia di Cagliari a quella di Sassari. Non si incontrano soltanto burattinai che portano in Sicilia. Si finisce in mezzo all’ultimissima inchiesta avviata dalla Procura di Roma su affari e politica.
Al centro degli accertamenti per corruzione ci sono le attività di Ignazio Farris, direttore generale dell’Agenzia regionale sarda per la protezione dell’ambiente, nominato il 6 agosto 2009 dalla giunta di centrodestra di Ugo Cappellacci. E c’è il lavoro dell’ex assessore ai Servizi sociali della provincia di Cagliari,
Pinello Cossu (Udc). L’indagine porta al progetto per un parco eolico nella zona industriale di Cagliari e coinvolge pure l’ex assessore socialista al Comune di Napoli, Arcangelo Martino, l’imprenditore che ha raccontato al ‘Corriere della Sera’ di avere presentato Silvio Berlusconi a Benedetto Letizia, padre di Noemi, l’amica allora minorenne del presidente del Consiglio.
E ancora altri nomi: il magistrato Pasquale Lombardi e Flavio Carboni, 78 anni, il famoso faccendiere che in Sardegna ha venduto Villa Certosa a Berlusconi. E che da decenni si muove nelle ombre italiane, fuori e dentro i processi: dalla bancarotta del Banco Ambrosiano all’omicidio di Roberto Calvi, ai legami con i boss della banda della Magliana. Secondo le notizie trapelate, Lombardi e Carboni parlano più volte al telefono dei loro interessi sardi, dei contatti con il senatore Marcello Dell’Utri, sotto processo per mafia a Palermo, e del coordinatore del Pdl, Denis Verdini, già sotto inchiesta a Firenze per gli appalti della Protezione civile. La corsa italiana alle energie alternative al petrolio è soltanto all’inizio. Ed è facile immaginare cosa si rischia con i progetti per il nucleare. Perché proprio in Sardegna, per la sua tranquillità sismica, si prevede la costruzione di una o più centrali.
L’ex socio del gruppo Moratti in contatto con la mafia verde ha combattuto anni per trasformare lo splendido altopiano che separa Ulassai da Perdasdefogu, nella provincia dell’Ogliastra. Il risultato del lavoro di Luigi Franzinelli sono le gigantesche eliche piazzate dappertutto lungo la strada provinciale 13. E altre sorgeranno ancora. È il più grande parco eolico con 48 generatori su un totale previsto di 96. Quando la nebbia primaverile si dirada, da qui si vede il mare che bagna Arbatax, sulla costa orientale. Ulassai è un paese di 1.500 abitanti appeso alle nuvole. Una meta che grazie a Internet richiama speleologi e arrampicatori dal Nord Europa per le grotte e le pareti di calcare a picco sulle case. Perdasdefogu, 2.300 abitanti, è invece famosa per il vicino poligono sperimentale interforze di Salto di Quirra e per gli allarmi dopo l’esplosione di bombe e missili con uranio impoverito. Tra i due paesi, 27 chilometri di pascoli. Prima dell’arrivo da queste parti di Franzinelli c’erano soltanto secoli di pastorizia e giornate di vento impetuoso.
L’imprenditore viene condannato in primo grado poco più di un mese fa dal giudice di Palermo, Daniela Troja. Due anni con rito abbreviato: corruzione, aggravata dall’avere agevolato Cosa nostra. Il processo riguarda la costruzione del parco eolico intorno a Mazara del Vallo, in provincia di Trapani. Secondo l’accusa, i boss hanno scelto e favorito la società Sud wind di Franzinelli. In cambio di tangenti versate a un esponente locale di Forza Italia, candidato alle Regionali del 2006. Condannato a un anno e 10 mesi anche uno dei soci, Antonio Aquara, 52 anni, salernitano di Ottati. Otto anni e quattro mesi per associazione mafiosa invece a Giovan Battista Agate, 68 anni, fratello del boss massone Mariano. A processo, funzionari del Comune di Mazara e imprenditori vicini al capo dei capi, Matteo Messina Denaro.
Luigi Franzinelli è accusato di reati commessi tra il 2004 e il 2007. Quello che sfugge alle cronache giudiziarie è che proprio in quegli anni Franzinelli e alcuni suoi familiari sono in affari con Corrado Costanzo, l’attuale direttore finanziario della Saras di Cagliari, il gruppo petrolifero dei fratelli Moratti. Insieme si occupano della realizzazione del parco eolico di Ulassai per conto della Saras. Né i Moratti né Costanzo, come risulta dall’inchiesta, erano al corrente dell’attività in Sicilia dell’ex socio finito nei guai per avere aiutato la mafia. E dal 2008 hanno interrotto ogni rapporto con l’imprenditore e con i suoi familiari.
Quello di Franzinelli è il classico identikit dello ‘sviluppatore’: una figura tutta italiana nell’affare delle energie alternative. Lo sviluppatore è come un incursore: fonda o amministra società a responsabilità limitata da 10 mila euro, si accaparra i terreni, convince i Comuni, spiana la strada ai progetti, ottiene le concessioni e alla fine cede la società o l’attività alle grandi imprese che gestiranno i generatori e venderanno l’elettricità al gestore del servizio elettrico nazionale. Una sorta di testa di legno. E come per le più misteriose teste di legno, il passato non è custodito in Sicilia ma al Nord. Franzinelli è nato in provincia di Trento, a Molina di Ledro. Prima di diventare imprenditore dell’energia, si fa notare come segretario della Cgil in Trentino.
Negli atti dell’inchiesta sulla mafia di Mazara oltre alla Sud wind, che non ha nessun legame con il gruppo Saras dei Moratti, si accenna al suo ruolo di amministratore delegato nella Sarvent di Cagliari. Questa è una srl da 10 mila euro costituita il 14 giugno 2001 da Franzinelli e da Antonio Aquara, il socio condannato con lui a Palermo. Nel 2002 parte delle quote vengono vendute alla Ensar srl, la società elettrica dei Moratti. E poco dopo, a un’altra società del gruppo Saras, la Sardeolica nella quale Franzinelli viene nominato amministratore delegato e Aquara consigliere, accanto al presidente Corrado Costanzo. Nel 2003 la Sarvent viene incorporata nella Sardeolica e scompare. E a fine 2004 Franzinelli e Aquara escono dal consiglio di amministrazione. Nello stesso periodo però il gruppo dei Moratti costituisce a Cagliari con Luigi Franzinelli e i suoi familiari una società di progettazione nel settore eolico, la Nova Eolica srl, passata nel 2008 sotto il controllo totale del gruppo Saras. L’uscita dei Franzinelli avviene proprio mentre l’imprenditore trentino è sotto inchiesta per i rapporti con la mafia.
Alla fine del balletto di quote e cariche, la concessione sul terreno comunale del parco eolico di Ulassai, finanziato dal fondo europeo di sviluppo per un totale di 2.900 ettari, rimane alla Sardeolica. Nel bilancio 2008 la società dichiara un giro d’affari di 23 milioni e 800 mila euro grazie all’elettricità ricavata dal vento e una produzione in grado di soddisfare il fabbisogno di 160 mila famiglie. Il Comune di Ulassai, per la concessione, incassa ogni anno da Sardeolica 761mila euro. Il progetto ha creato 20 posti di lavoro. Ma le famiglie e le imprese del paese non hanno nessuna agevolazione sui consumi elettrici.
Da quando l’alleanza trasversale centrodestra-centrosinistra ha bocciato il piano paesaggistico e due anni fa ha provocato le dimissioni del governatore Renato Soru, gli ‘sviluppatori’ investono ovunque. Cercano accordi direttamente con i Comuni a caccia di soldi e posti di lavoro o con le altre amministrazioni locali. Così ha fatto nei mesi scorsi Stefano Rizzi, 48 anni, genovese residente a Montecarlo. È l’amministratore unico di una società con capitale in Lussemburgo, la Is Arenas renewable energies, che vorrebbe costruire una piattaforma eolica proprio davanti alla spiaggia gioiello di Is Arenas, vicino a Oristano. Rizzi è anche socio in provincia di Bergamo di un’azienda del gruppo K. R. Energy di Milano, che nel 2008 a sua volta si è fusa con la Kaitech spa. Secondo un’interrogazione alla Camera presentata lo scorso ottobre dall’ex presidente della Regione Mauro Pili (Pdl), nelle casse della Kaitech sarebbero passati soldi del tesoro dell’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito Ciancimino. L’inchiesta della Procura di Palermo è del 2005. In quell’anno presidente del consiglio di amministrazione della Kaitech è Stefano Camilleri, sindaco di Palermo nel 1984 e dimissionario dopo appena 22 giorni.
Già tre anni fa Italia nostra e altre associazioni ambientaliste intuiscono cosa sta accadendo: “L’approssimazione e la mancanza delle più elementari regole di pianificazione stanno caratterizzando la proliferazione degli impianti di produzione energetica da fonte eolica”, è scritto nel dossier 2007 sull’Italia: “Assistiamo alla progressiva perdita di grandi valori territoriali legati al paesaggio, nonché alla decadenza delle regole democratiche nelle piccole comunità sotto la spinta di interessi economici”. Un allarme che oggi può essere trasferito in Sardegna. Dove le imprese pronte a dare l’assalto al vento raramente sono sarde. Come la Vento Macchiareddu tirata in ballo nell’inchiesta sul faccendiere Flavio Carboni: sede a Napoli e interessi nei progetti eolici del Consorzio per l’area di sviluppo industriale nella zona Macchiareddu a Cagliari. Le quote societarie fanno riferimento a Francesco Azzarito, Cristina La Marca, Angela Leone, imprenditori napoletani che tra le loro attività vantano anche il noleggio di barche e pedalò. E che dopo essersi occupati delle discariche campane, danno la caccia al vento e ai finanziamenti. Dalla Puglia alla Sicilia.
Non sono sardi nemmeno i proprietari della Geopower Sardegna srl. L’impresa che sta cambiando i connotati alle montagne di granito rosso tra Buddusò e Alà dei Sardi è stata costituita con 10 mila euro e appartiene alla britannica Falck renewables limited, dell’omonimo gruppo milanese. È uno dei progetti curati direttamente dai committenti, senza interventi di mediatori e ‘sviluppatori’ sospetti. I lavori sono tuttora in corso. Nel 2007, durante la presidenza Soru, la Regione ha fermato il cantiere. Contava sul piano paesaggistico che prevedeva la costruzione di torri eoliche soltanto nelle zone industriali o già compromesse. Nove mesi dopo il Tar ha dato ragione alla Geopower, che aveva ottenuto tutte le autorizzazioni richieste. Così sopra i sughereti della Gallura vedremo presto 69 eliche alte novanta metri. Daranno lavoro a 25 persone del posto e, secondo i sindaci dei due Comuni favorevoli al progetto, forniranno elettricità a buon mercato. In Sardegna maestrale e libeccio non mancano. Ma grazie agli aiuti pubblici, l’eolico italiano è anche un affare. Che troppo spesso soffia nella direzione sbagliata: invece di produrre energia pulita e proteggere l’ambiente, alimenta l’economia sporca e il potere dei clan.
(29 aprile 2010)
Le cosche sono diventate verdi
Sicilia, Calabria, Puglia: i clan si lanciano sui progetti e i finanziamenti per l’energia pulita
“Ho I’impressione che nel settore dell’energia Cosa nostra abbia organizzato un modello già sperimentato nel metano. Mi riferisco a quel sistema che tutti adesso conosciamo come modello Provenzano-Ciancimino”. È il 27 gennaio del 2010 quando il senatore Pd Beppe Lumia, nel corso dell’audizione del presidente siciliano Raffaele Lombardo in Commissione Antimafia, rilancia l’allarme delle infiltrazioni nel business delle energie rinnovabili. In Sicilia solare ed eolico sono l’Eldorado del settore: le stime parlano di finanziamenti, per il solo fotovoltaico, di oltre 7 miliardi.
Per entrare nel business si devono accumulare ettari su ettari di terreno. E le amicizie giuste. “Un palo a Mazara non si alza se non lo voglio io”, diceva alla moglie il mafioso di Mazara del Vallo Matteo Tumbarello. E i pali sono quelli dell’eolico. Con gli uomini del boss latitante Matteo Messina Denaro in primo piano, le cosche trapanesi avevano puntato al business energetico, contando sul sostegno di politici locali e di imprenditori giunti in Sicilia dal Trentino. La prima tranche dell’inchiesta ‘Eolo’ ha portato alla condanna di Giovan Battista Agate, fratello del boss Mariano, e di Luigi Franzinelli (vedi articolo). Da Trapani a Messina, lo scenario non cambia. Nella città dello Stretto le indagini della Dia hanno fatto luce sugli affari illeciti di Mario Giuseppe Scinardo. Accusato di far parte della cosca dei Rampulla di Mistretta, Scinardo ha subito un sequestro di beni record: c’era anche una società per la produzione di energia con impianti eolici che stava per essere venduta a una holding francese per 40 milioni di euro.
Lungo l’asse Sicilia-Campania- Sardegna si muoveva l’imprenditore di Alcamo, Vito Nicastri. Con l’operazione ‘Via col vento’, condotta dalla Finanza e coordinata dalla procura di Avellino, Nicastri è finito agli arresti domiciliari. A lui e a suoi partner sono stati sequestrati sette parchi eolici per un totale di 185 turbine. Due diverse indagini invece puntano sulla Puglia, evidenziando gli interessi di clan calabresi e locali nei finanziamenti per l’elettricità verde.
E anche in Calabria l’energia pulita nasce in situazioni torbide. La centrale a vento più grande d’Europa è quella di Isola Capo Rizzuto a Crotone. Buona parte delle 48 torri dell’impianto sorgono sui terreni della famiglia del boss Arena. La società che lo gestisce, la Vent1 Capo Rizzuto Srl, è partecipata dalla Purena di Nicola Arena, nipote incensurato del capoclan. A Girifalco, tra Catanzaro e Lamezia Terme, è stato autorizzato un progetto per 44 megawatt. L’unico a opporsi è stato un docente universitario, Salvatore Tolone, che scopre per caso che la centrale ha invaso i suoi terreni. Fa ricorso, denuncia che le mappe allegate al progetto autorizzato
sono false. Le istituzioni lo ignorano, la ‘ndrangheta no: una bomba esplode sotto la sua auto parcheggiata davanti ai carabinieri. Intanto, però, la Regione approva il progetto: a Girifalco più della metà delle pale è già stata tirata su.
M. G. e C. P.
(29 aprile 2010)
Quando i padrini si fanno creativi
Clan tradizionali sempre pronti a lanciarsi nei business innovativi
L’imprenditoria mafiosa è capace di guardare al futuro? Certo, è difficile immaginare padrini come Bernardo Provenzano alla prese con operazioni finanziarie complesse e investimenti tecnologici. Eppure Cosa nostra ha sempre dimostrato di essere conservatrice nelle regole ma creativa nel business, perché cerca di saturare ogni margine di guadagno nei territori in cui opera. La criminalità organizzata ha saputo muoversi all’avanguardia in settori nuovi, come l’attività di smaltimento rifiuti e la bonifica ambientale. O come la rivoluzione dello shopping e del costume che ha fatto nascere i centri commerciali, spuntati intorno a tutte le metropoli del Sud con pesanti infiltrazioni dei clan.
L’unica ‘valutazione di impatto criminale’ commissionata nel nostro Paese – realizzata dal centro studi Nomos del gruppo Abele – analizzava i fattori di rischio mafioso nel progetto del Ponte di Messina. E formulava un’ipotesi: “Maggiore è la tecnologia impiegata più difficile è l’interesse e la capacità di intervento dei gruppi criminali”. In realtà le indagini hanno dimostrato come il livello di tecnologia non scoraggi le imprese di mafia, sempre pronte a sfruttare il controllo del territorio per inserire loro sigle o ottenere un tornaconto dalle società incaricate delle opere.
Scrive la professoressa Clara Cardella in un saggio su ‘energie pulite ed economie sporche’: “L’analisi sulle ecomafie dimostra la capacità di Cosa nostra di adeguarsi alle istanze della modernità , pur mantenendo inalterata la propria forza e l’immagine tradizionale, e di cogliere nei diversi settori le opportunità di profitto, combinando competenze e metodi di recente acquisizione con le sue risorse tradizionali”. Sulle due sponde dell’Atlantico, poi, il nuovo millennio ha fatto nascere la scoperta della telefonia come occasione di riciclaggio e frode. Un tema esploso in modo dirompente in Italia con l’operazione dei carabinieri del Ros e dei finanzieri del Gico che ha mostrato come la rete Mokbel si muovesse tra blue chip della finanza e cosche calabresi.
