Skip to content


Mario Pirani

Mario Pirani si è occupato di eolico in una serie di articoli apparsi sul quotidiano “La Repubblica” nei primi mesi del 2008. Ecco i testi:

Il vento soffia miliardi a scapito del paesaggio

La Repubblica 17/03/08

Le energie alternative sono entrate nella campagna elettorale. Il partito democratico ha proposto una serie di misure per incrementarne la produzione e l’uso al fine di arrivare ad avere il 20% di energia di origine eolica e solare. Importante è anche la richiesta di potenziare le infrastrutture di rigassificazione e l’impegno nel nucleare di quarta generazione come anche la volontà di essere presenti nelle partnership internazionali in questo settore. Sono idee che Veltroni non avrebbe potuto sostenere in questi termini se non si fosse liberato preventivamente dai ricatti verdi per affermare un «ambientalismo del fare». Il Pdl che in una prima stesura puntava solo sul ritorno al nucleare, ha, di conseguenza, operato una conversione e nell’ultima versione del programma ha richiamato la necessità di
incentivare le fonti rinnovabili: solare, geotermico, eolico, biomasse, rifiuti urbani. Gli uni e gli altri tacciono sulla benzina verde, quella, cioè estratta, da alcol di origine agricola (in Usa, secondo le ultime previsioni dovrebbe arrivare presto al 10%).

Nel valutare il tutto è bene tener presente che l’utilità delle fonti alternative trova tre motivazioni. La prima deriva dal mercato: quando il prezzo del barile raggiunge i 110 dollari con una prospettiva di permanenza a quei livelli, sia per l’aumentata domanda mondiale (Cina, India), sia per un livello di produzione inferiore al passato nei
principali paesi del Medio Oriente dove le strutture estrattive sono rimaste quelle realizzate dalle Sette sorelle negli anni Sessanta, ebbene questo crea una situazione in cui diventa conveniente investire nelle fonti alternative. Così non era quando queste ultime avevano in partenza un costo molte volte superiore ai prezzi medi del greggio.
L’altra motivazione si riferisce, invece, alla necessità di diminuire le emissioni di gas serra e di raggiungere almeno i parametri di Kyoto. In questo caso occorrono incentivi e convenienze per sopperire ai costi aggiuntivi. La terza motivazione, infine, riflette i pericoli derivanti per l’Occidente dall’avere la grande maggioranza delle sue
fonti di approvvigionamento nel Medio Oriente, e, per il gas, in una Russia che apre e chiude i rubinetti secondo le sue convenienze.

Ho tracciato queste schematiche premesse al fine di inquadrare meglio le scelte politiche che oggi denotano un orientamento comune e largamente giustificato, ancorché assai tardivo. A questo punto il pericolo che si delinea è piuttosto l’affermarsi di una ideologia salvifica di ogni genere di energia alternativa. La mancanza di un Piano energetico nazionale che metta a confronto le diverse opzioni, ne valuti l’impatto ambientale, ne fissi le prescrizioni cogenti cui assoggettare le scelte può facilitare – e già se ne vedono ampiamente i segni – scelte speculative, troppo care e soprattutto dannosissime per il territorio. È quello che sta avvenendo con l’eolico a scapito del solare (fotovoltaico, termico e termodinamico), del risparmio e dell’uso più efficiente dell’energia, delle biomasse, della utilizzazione dei rifiuti. Ne consegue che molte regioni del centro-sud, dall’Appennino toscano al Molise, dalla Puglia alla Sicilia stanno per venir cosparse – e, in parte lo sono già – da foreste di torri eoliche di 100-120 metri di altezza – che, rumorosità e conseguente fuga degli uccelli a parte – alterano in modo catastrofico il profilo paesaggistico di alcune delle zone più belle del nostro Paese. Cosa che non va giudicata solo alla luce del valore estetico ma anche di quello economico: il territorio e la sua intelligente valorizzazione è, infatti, oggi l’unico patrimonio davvero concorrenziale dell’Italia. Lo hanno percepito gli autori dei primi ricorsi contro questo scempio: i Biondi Santi produttori del famoso Brunello di Montalcino che, purtroppo a pale già alzate, se lo sono visto accolto anche per il danno che arreca l’imbruttimento della campagna toscana all’immagine internazionale di un vino pregiato. Nel Molise, invece, le pale sono state fermate prima di sconciare gli stupendi resti dell’antica Sepino.

Dietro tutto questo vi è la fame di soldi dei piccoli comuni abbindolati dalla sovvenzioni e, ancor più, i profitti vertiginosi delle industrie produttrici degli impianti eolici, quasi tutte tedesche, spagnole e danesi, che hanno trovato un eldorado non solo nella vendita dell’energia prodotta al prezzo più alto d’Europa ma nel sovraprofitto addizionale di 100 euro per MWh per 15 anni, più i contributi a fondo perduto o a credito agevolato per gli investimenti nel Mezzogiorno. Ecco spiegato il successo del vento. Ma è un successo anche per l’Italia?

A favore di chi spira il vento?
La Repubblica 07.04.2008

Ragionevoli perplessità per la frenesia per l’eolico, motivata da
interessi non sempre nobili.

“Vento, vento portami via con te…” recitava una celebre canzone degli anni Quaranta che si dice inducesse Mussolini a gesti di scongiuro, dopo un rapporto della polizia in cui si segnalava come
spesso il finale venisse cambiato in “… portalo via con te”.
Quell’aria mi è tornata alla mente leggendo la lettera di protesta inviatami dal segretario generale dell’Anev (Associazione nazionale energia del vento), Simone Togni, che si dice «dispiaciuto», per la mia rubrica intitolata «Il vento soffia miliardi a scapito del
paesaggio» (“Repubblica” del 17 us). Eppure è proprio così, checché ne dica il gentile rappresentante dei promotori dell’eolico che mi accusa di «non voler vedere gli aspetti positivi di questa tecnologia pulita… mentre l’unico impatto reale è quello paesaggistico e
proprio per combatterlo l’Anaev ha sottoscritto un protocollo che impegna i nostri associati al rispetto di regole virtuose, protocollo sottoscritto anche da Wwf e Legambiente».
Dopo aver ribadito con incauta noncuranza che l’unico inconveniente sarebbe quello «visivo» (per cui basterebbe chiudere gli occhi per evitare il fastidio?) lo scrivente cambia le carte in tavola e si produce in una difesa ad oltranza delle energie rinnovabili, su cui
siamo cento volte d’accordo, con l’avvertenza, per contro, a non confonderle tutte nello stesso cesto, perché l’eolico, se esteso nelle dimensioni già in atto e, ancor più in quelle annunciate
(20.000 pale su piloni di cemento di 120 metri – ma anche di 170 – e conficcati per 25 m nel terreno), devasterebbe il paesaggio italiano, soprattutto quello collinare e dei clivi montani. Bisogna inoltre calcolare che per trasportare turbine e pali occorre una rete di
ampliamenti stradali e di nuove arterie dove far passare migliaia di autotreni in andata e ritorno in zone con forti pendii, sovente geologicamente franose, occorrono inoltre scavi per centinaia di chilometri per gli elettrodotti, nuove linee elettriche aeree, cabine, piazzole, installazioni di illuminazione delle turbine per la sicurezza aerea. Tutto a carico della spesa pubblica statale e
locale.

Una vera e propria follia dietro cui, però, come diceva Shakespeare, vi è sovente una «logica». In questo caso la logica di una fruttuosa speculazione all’italiana, con profitti sicuri per i
costruttori e gestori degli impianti e aggravio per le bollette degli utenti sui quali verrà scaricato il sovrapprezzo energetico. In uno studio del Wwf, favorevole in linea di principio ad una razionale utilizzazione dell’eolico si legge: «La valorizzazione dell’energia prodotta da impianti eolici che beneficiano dei certificati verdi (che i produttori di energie alternative possono rivendere alle industrie inquinanti per farle rientrare contabilmente nei parametri
di Kyoto, ndr) ammonta a circa 190 euro per mwh (il MegaWatt equival a 1000 kiloWatt, ndr).

In gran parte d’Europa l’incentivazione, adesempio in Germania, è compresa tra i 55 e gli 87 euro per mwh.
L’elevata remunerazione garantita dal meccanismo di incentivazione in Italia ha quindi determinato una corsa all’eolico negli ultimi anni».
Su tutto ciò il portavoce dell’Anev tace, ma sorvola anche sul fatto che la vantata Convenzione con le organizzazioni ambientaliste è scaduta e il Wwf non l’ha rinnovata perché, come mi scrive il segretario generale, prof. Michele Candotti, «non ha avuto impatti pratici e non si è arrivati a una posizione comune e ad un consenso sulle linee guida per la localizzazione degli impianti».
Alla lettera è allegato uno studio su quel che sta avvenendo nelle varie Regioni.

Cito qualche breve passaggio: «Da un rapido esame su tutti i procedimenti autorizzativi regionali si evince che la potenza eolica installata o autorizzata è stimabile in circa 5000 mw, di gran lunga superiore ai 2500-3000 mw previsti per l’intera Italia…

I progetti presentati solo da Sicilia, Calabria, Sardegna, Puglia e Basilicata ammontano ad oltre 12.000 mw!… Se alcune regioni hanno inserito ultimamente dei tetti massimi ciò non ha impedito che venissero approvati impianti in aeree ad alta vulnerabilità ambientale o eccedenti per ben sei volte (Sicilia) le capacità di distribuzione della rete elettrica. Ne emerge un quadro desolante caratterizzato da innumerevoli esempi di malagestione territoriale… con conseguente degrado di siti protetti, la scomparsa di comunità faunistiche di rilievo, l’adulterazione di paesaggi plurivincolati, il degrado di valori storici, archeologici e culturali». A questo
punto il Wwf invoca almeno una moratoria per bloccare e regolare la sfrenata “bora” che rischia di devastare il Bel Paese.

“E se barbarie genera nel vento nuovi mostri”
La Repubblica 19.05.2008

Senza una attenta programmazione le “energie alternative” sono solo
uno spazio d’azione per operatori senza scrupoli.

Uno dei grandi successi iniziali del Mercato comune (oggi Unione europea) parve essere la politica agricola.
Essa stabiliva, appunto, che tutta la produzione dei Sei paesi fondatori (Francia, Germania, Italia e Benelux) venisse messa in comune e protetta dalla concorrenza estera mediante dazi alle
frontiere. Ogni anno si riunivano i ministri e stabilivano i prezzi validi per i 12 mesi successivi: tot per un quintale di grano, tot per un ettolitro di latte, tot per la carne, per il burro, per l’olio
e così via. Il prezzo veniva fissato in modo che anche il produttore meno efficiente trovasse il suo rendimento. Se non riusciva a vendere il suo prodotto sul mercato libero, quel che restava veniva, comunque, acquistato e stoccato da Bruxelles al prezzo stabilito. Chi ci guadagnava di più erano naturalmente gli agricoltori più efficienti – francesi, tedeschi e olandesi – che producevano grandi quantità a costi minori e, quindi, con profitti crescenti.

In breve il meccanismo incentivò la produzione di quantità enormi e invendibili sul mercato di burro, latte, carne. La linea di coltivazione del grano superò le latitudini abituali e salì verso il
nord della Germania. I magazzini comunitari traboccavano di prodotti stoccati.

La politica agricola devastò per decenni i bilanci comunitari, fino a quando si riuscì, almeno in parte, a riformarla sovvenzionando direttamente i contadini. Il meccanismo aveva, peraltro, almeno un vantaggio: manteneva l’integrità del paesaggio agreste della vecchia Europa.
Questo precedente mi è venuto alla mente per la sua analogia con quel che stanno producendo gli incentivi pubblici alla produzione dell’energia eolica. Anche questa volta il fine è «buono»: sviluppare le energie alternative (sole, vento, biomasse, fotovoltaico, ecc.) il cui costo di produzione è troppo alto per competere con petrolio e gas, così come l’agricoltura europea non poteva competere con quella americana. Con la differenza in peggio che questa volta l’integrità
di un paesaggio agreste unico al mondo, come quello delle campagne e paesi italiani, viene devastato in partenza con la creazione dei cosiddetti «parchi eolici», foreste di torri di acciaio alte almeno da 110 a 150 metri munite di pale che girano vorticosamente quando spira vento sufficiente per produrre energia. Il più delle volte, peraltro, ne producono poca perché le zone prescelte, per lo più collinose, sono scarsamente ventose, ma l’evenienza non conta:
costruttori e gestori ci lucrano egualmente. Ho già affrontato il tema («Linea di confine» del 17/3 e del 7/4 us) ma vi torno perché prevale nei mass-media una visione idilliaca di una gravissima operazione speculativa internazionale.

Ferma restando la giustezza di sostenere, anche con aiuti pubblici, la creazione di fonti alternative, è evidente che questo impulso va coordinato in un piano energetico nazionale che stabilisca in partenza dove è utile incrementare il sole e il fotovoltaico, dove la geotermia, dove le biomasse (trasformazione dei rifiuti), dove l’eolico per costanza dei venti e salvaguardia del paesaggio, di quanto può essere realizzato con il risparmio di energie convenzionali, quanta energia nucleare conviene importare, ecc. Tutto questo manca e il meccanismo è stato
abbandonato al western di un mercato senza regole. Una volta annunciati gli incentivi, che per l’eolico risultano tra i più alti d’Europa e anche del mondo, sia per la costruzione che per la
gestione, è cominciata la corsa all’offerta di impiantare le torri, presentata alle Regioni o direttamente ai comuni, affamati di soldi, da parte di gruppi imprenditoriali di lungo corso o sorti per l’occasione e anche di faccendieri di ogni risma (“L’Espresso” del 17/4 ha pubblicato una inchiesta di Marco Lillo, degna di Gomorra, sul coinvolgimento di mafia e camorra).

Che queste torri producano energia o girino a vuoto poco importa, i finanziamenti corrono lo
stesso. Nel 2006 il Mezzogiorno, dove è stata utilizzata anche la legge 488 per l’industrializzazione, ha speso 468 milioni di euro per torri in gran parte inutili. E’ cominciata anche la devastazione della Toscana, attraverso contributi regionali a fondo perduto oltre
alla lucrosissima speculazione sui certificati verdi. Così, se nessuno arresterà lo scempio, dalle colline di Scansano a quelle di Massa Marittima, dall’Aretino ai dintorni di Pisa vedremo
moltiplicarsi le torri eoliche accanto a quelle medievali, tra vigneti doc impoveriti, vecchi casali e agriturismi svalutati, paesani offesi e turisti scoraggiati. Vien da citare il Commiato di
D’Annunzio dalla Versilia: «… e, se barbarie genera nel vento/nuovi mostri…».

All’assalto della Toscana i don Chisciotte dell’Anev
La Repubblica 26.05.2008

I molti lati oscuri del business dell’eolico.

«Non comprende e si rattrista» il segretario generale dell’Associazione nazionale energia del vento, Simone Togni, per le mie critiche alla allocazione, al di fuori di ogni pianificazione
energetica nazionale, di innumerevoli parchi eolici che, dopo il Sud, ora dilagano in Toscana e altrove, con devastazione di insostituibili beni paesaggistici e rurali, grazie ad incentivi lucrosi. La prima tesi dell’Anev è che «non vi sono in Italia incentivi pubblici per l’eolico», essendo i certificati verdi un meccanismo che ricade sui produttori privati inadempienti.
Si tratta di una mezza bugia. Infatti il costo dei Cv (contributo premiante per i produttori di energia alternativa), se in una fase intermedia viene in parte ripagato dai produttori di energia
«sporca», che li acquistano, anche a prezzo maggiorato, sul mercato libero per rientrare nei parametri di Kyoto (con lucro aggiuntivo per i produttori di energia alternativa), nella fase finale viene scaricato sui consumatori, attraverso una maggiorazione della
bolletta.

Del resto nelle direttive del Gestore del Sistema elettrico si indicano le norme «per poter accedere all’incentivo», senza schermi semantici.
Forse il sig. Togni non le ha lette. Così come non spiega perché i Cv italiani abbiano il costo più alto del mondo, almeno secondo la classifica pubblicata dall’Agenzia Internazionale per l’Energia. Ma quel che soprattutto mostra di ignorare è che oltre a questa voce, i
costruttori dei parchi eolici ricevono contributi diretti, se allocati al Sud, in base alla legge 488 sull’industrializzazione del Mezzogiorno (dall’inchiesta dell’Espresso risulta il forte interessamento mafioso) mentre, se situati in Toscana e altrove, il sostegno pubblico avviene tramite contributi regionali ed europei.
Posso girargli, ad esempio, il testo pubblicato dalla Gazzetta ufficiale dell’Unione europea della concessione rilasciata alla società Cosvig per la costruzione dei parchi eolici di Montecatini
Val di Cecina (Pisa) e Monterotondo Marittimo (Grosseto) dove, oltre a una linea di credito, si assicura «un contributo regionale a fondo perduto di 3.067.200 euro» con l’assicurazione di poter «fruire di ulteriore finanziamento a fondo perduto per gli altri MW
installabili».

Per un altro parco eolico, quello di Scansano, i contributi sono andati al gruppo spagnolo Gamesa. Gli esempi possono continuare ma passo all’altro argomento dell’Anev secondo cui «nessun paesaggio viene devastato dalla realizzazione di impianti eolici più
di una qualsiasi altra opera di origine umana (sic!)».

Rispondo pubblicando la foto che mostra due opere di «origine umana»: il castello di Montepò a Scansano e le torri eoliche che lo circondano. E´ proprio su questo scempio che sta deliberando il Consiglio di Stato anche perché le autorità toscane si erano rifiutate di sottoporre l’opera sia alla Valutazione d’impatto ambientale sia al placet della Sovrintendenza di Siena-Grosseto con
la scusa che la zona non era vincolata. Ed ora la Giunta regionale teme, secondo quanto «la Nazione» attribuisce al presidente Martini, che i 14 milioni stanziati in bilancio per l’eolico… finiscano al vento.

Ragion per cui la Regione «farà tutto ciò che sarà possibile fare per scongiurare lo smantellamento dell’impianto». Sembra una sceneggiatura impazzita del Don Chisciotte con i mostruosi mulini a vento all’assalto del castello di Dulcinea. E’ assente purtroppo la saggezza di Sancho Panza.