Domande frequenti

Cosa sono i certificati verdi?

Il business del vento, in Italia, trova sostegno su un’incentivazione, attraverso il meccanismo dei cosiddetti “certificati verdi” che, nelle intenzioni del legislatore, avrebbe dovuto favorire tutte le fonti rinnovabili mentre finiscono per incrementare solo le installazioni eoliche a scapito delle altre.

Questo il funzionamento del meccanismo: in base alla legge Bersani, a partire dal 2002, tutti i produttori e importatori di energia elettrica devono immettere in rete un quantitativo di elettricità da fonte rinnovabile pari al 2% dell’energia prodotta da fonti convenzionali, tale quantitativo è stato gradualmente incrementato fino a raggiungere il 3,8% nel 2008. Possono soddisfare l’obbligo anche mediante l’acquisto di “certificati verdi”, titoli che attestano un certo quantitativo di energia rinnovabile prodotta. Da parte sua, un produttore di elettricità da fonti rinnovabili, oltre a vendere energia al gestore della rete al prezzo corrente del chilowattora (circa 8 cent di Euro), vende anche certificati verdi ai produttori di energia elettrica da fonti convenzionali.

Da uno studio accurato del costo di produzione del chilowattora eolico in funzione della ventosità del sito, si ricava che, al di sopra dei 6 metri al secondo di velocità media annua del vento, l’eolico è già competitivo, senza bisogno di incentivi. Con il certificato verde, a queste condizioni, il ricavo è più che raddoppiato e costituisce un business molto attraente. Addirittura, l’incentivo rende conveniente anche un impianto eolico di scarsa ventosità, al di sotto dei 5 metri al secondo, che funziona, non 2.000 o 3.000 ore all’anno, ma anche solo 1000 ore.

Ecco perché in Italia si è verificata la corsa alla costruzione di impianti eolici, anche in siti che, in Germania, in Danimarca o in Inghilterra, non verrebbero nemmeno presi in considerazione per la loro scarsa produttività. Gli operatori hanno  da guadagnare abbastanza anche in siti non idonei, e possono promettere compensi ai Comuni per agevolare il rilascio delle autorizzazioni all’installazione degli impianti. Come se non bastasse, alcune Regioni, come la Campania, hanno deciso di concedere ulteriori incentivi in conto capitale, a fondo perduto, utilizzando i Fondi strutturali europei.

Esistono credibili statistiche sul negativo impatto delle torri eoliche sul flusso turistico cosiddetto “minore”?

Il decadimento del valore immobiliare di abitazioni o terreni prossimi ad un impianto è un effetto indiretto assai frequente. In tutti i luoghi dove i giganteschi aerogeneratori incombono sul paesaggio si registra una depressione delle attività legate al turismo rurale. Infatti ben difficilmente un agriturismo potrà trarre vantaggi dalla presenza, nei dintorni, di una selva di torri armate di eliche rotanti. Chi sceglie questo tipo di vacanze pretende di immergersi in un ambiente campestre non alterato.  E’ questo uno dei motivi che stanno alla base della chiara opposizione agli impianti eolici “selvaggi”della Coldiretti.

La stessa Federalberghi concorda nel ritenere l’integrità ambientale una prerogativa basilare per attrarre il turismo. Si pensi, inoltre, alle conseguenze di un impianto eolico industriale collocato a qualche centinaio di metri da emergenze storico archeologiche. La fruibilità culturale ed emotiva del luogo verrà compromessa dalla vicinanza di manufatti industriali (i più grandi mai realizzati dall’uomo) che stridono con la vocazione del sito. E’ invece certo che le grottesche aspettative di turismo legato alla visita di “parchi” eolici, -vantate dai sostenitori ad oltranza dell’invasione degli aerogeneratori-, sono decadute miseramente, come del resto era prevedibile.

Oltre all’impatto paesiggistico quali sono i problemi dell’eolico?

L’eolico va considerato come  “sacrificio” territoriale e non deve essere mai insediato a cuor leggero. Per evidenti ragioni, legate al vento, le installazioni tendono a sorgere sulle linee di cresta e i valichi, in posizioni dominanti. Ne deriva un assoggettamento territoriale su vasta scala che và oltre il negativo effetto paesaggistico. Esso comporta la totale modifica dell’identità rurale e culturale dei luoghi, con contraccolpi sulla biodiversità (pipistrelli e uccelli in particolare, ma anche altre specie sensibili). Questi ultimi possono essere di carattere diretto (collisioni) o determinati dal disturbo e dalla sottrazione o degrado di aree prima funzionali alle esigenze della fauna. Tali effetti possono sommarsi e potenziarsi notevolmente quando si sovrappongono più macchine eoliche nella stessa area.

Un problema di difficile soluzione, che mina alle radici la convenienza degli impianti eolici per la fornitura di energia, è la discontinuità del loro funzionamento. Per dimostrarsi davvero utile un aerogeneratore deve poter contare su almeno duemila ora annue di vento. Un vento costante, mai inferiore a 20 km all’ora e mai superiore a 85 km all’ora. I luoghi con simili caratteristiche in Italia sono particolarmente rari. Quando le pale si arrestano per mancanza di vento, bisogna iniettare urgentemente nella rete una eguale quantità di energia elettrica, prodotta con sistemi tradizionali.

Altri problemi, solo apparentemente marginali, sono determinati dal rumore ( percepibile e non percepibile) e dal rischio di incidenti. Questi ultimi sembrano essere tutt’altro che trascurabili se si pensa che la rottura di una pala al mozzo può determinare una gittata di oltre 200 metri mentre la rottura alla punta può proiettare il pezzo a molte centinaia di metri

Infine non si possono del tutto ignorare i possibili effetti negativi di carattere sociale, determinati dalla mancanza di perequazione economica tra le aspettative di tutti quegli agricoltori che ambiscono ad avere la pala eolica sul proprio terreno per godere del contributo economico promesso dalle società costruttrici e quelli che invece subiranno solo gli effetti negativi causati dalla vicinanza delle stesse pale. Nelle piccole comunità, il contrasto tra proprietari terrieri allettati dalla prospettiva di un facile guadagno e il resto della popolazione esclusa dalla torta può portare a situazioni spiacevoli e destabilizzanti.

Come può l’Italia ottemperare agli obblighi previsti dal Protocollo di Kyoto senza investire massicciamente sull’eolico?

In primis abbattendo gli sprechi ed il consumo energetico irrazionale. Un fabbisogno energetico più contenuto permetterebbe indirettamente di conseguire una percentuale maggiore di produzione da fonti rinnovabili . Lo stesso riciclaggio dei rifiuti e delle materie seconde richiede una domanda energetica irrisoria se paragonata a quella che sarebbe necessaria se si dovesse partire (come ora si continua a fare) dalla trasformazione delle materie prime. Lo stesso dicasi per una drastica revisione dei trasporti o del riscaldamento.

Anche dall’ammodernamento della rete nazionale, dove si perde il 15% dell’intera energia elettrica prodotta, potrebbero derivare indubbi e consistenti vantaggi. Ma farlo non è facile e soprattutto non porta grandi guadagni.

Contestualmente sarebbe opportuno avviare una seria pianificazione energetica, elaborata attraverso un approccio multidisciplinare cosi da tenere conto delle valenze e delle peculiarità del Paese e individuare forme diverse e convergenti di produzione energetica rinnovabile. Secondo gli studi promossi dal Club di Roma e da altri centri di ricerca l’Italia potrebbe trarre i maggiori vantaggi dal solare fotovoltaico (oltre a quello a concentrazione, individuato da Rubbia). Ma attenzione! Anche in questi casi sarà necessario elaborare regole precise, per scoraggiare ogni tentativo di speculazione. Se i tetti di una serie di condominii urbani, di capannoni industriali o estensioni di superfici degradate possono considerarsi assolutamente adatti ad ospitare quantità  anche imponenti di pannelli fotovoltaici, non si può accettare che lo stesso avvenga in ambienti naturali e rurali di particolare significato.