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Un parco eolico non è la soluzione

Pubblichiamo la traduzione dell’articolo di Paul Kingsnorth apparso sul sito del quotidiano britannico “The Guardian”:

Come pensate che reagirebbe un ambientalista se confrontato con la seguente proposta? Una compagnia energetica ha in programma di costruire un nuovo impianto su un tratto di terreno non coltivato di brughiera. L’impianto sarà lungo quasi sette miglia e sarà dotato di 150 strutture, ciascuna fatta di acciaio e montata su centinaia di tonnellate di cemento. Le strutture saranno alte circa 500 piedi (150 metri) e vi saranno necessarie 73 miglia di strade. Sarà inoltre necessario abbattere 1.5 milioni cubici di roccia e tagliare e eliminare circa un milione di metri cubici di torba.

La risposta è che, se è come molti ambientalisti moderni, sarà favorevole al progetto senza discutere. Scarterà gli oppositori collocandoli probabilmente come figuri al soldo dei sostenitori del carbone oppure del  nucleare, e sosterrà la campagna per tanti altri impianti di questo tipo in tutto il paese.

Certo, il progetto è una “wind farm”, una fattoria eolica, oppure se vogliamo usare una terminologia meno orwelliana, un impianto per la produzione di energia dal vento.

Il progetto qui in discussione riguarda lo Shetland, ma ce ne sono molti simili in gestazione. Il Governo vuole vedere 10.000 nuove turbine al lavoro in Inghilterra entro il 2020 (mentre pare non sia disposto a sostenere le turbine della fabbrica Vestas  sull’isola di Wight). Il capo del Ministero per il Clima e l’Energia, Ed Miliband, ha dichiarato che occorre “allargare il mercato” dell’industria eolica, e a questo scopo offre £ 1 miliardo in prestiti a coloro che sviluppano nuovi sistemi e vogliono rielaborare i metodi “antiquati” (cioè democratici) di programmazione, per poter superare gli avversi punti di vista dei locali su tali sviluppi.

Tutto questo vi sembra di essere molto “verde”?  A me sembra che si tratti di una società fissata sulla crescita e sul progresso materiale, che persegue il suo lavoro distruttivo nella stessa maniera di sempre, solo senza carbonio. Mi sembra una società che ha un’unica risposta a tutto: tecnologia più grande e più estesa; una società anni luce distante dalla natura, tanto da pensare che industrializzare una montagna è una iniziativa sostenibile.

Mi sembra anche che il movimento ambientalista rischi di perdere l’orientamento. Mi sembra che il sostegno allo sviluppo dell’energia eolica diventa il simbolo dell’assenza di un valido rapporto fisico con l’ambiente. Uno sviluppo come quello di Shetland non è un esempio per l’energia sostenibile: è la fase successiva dell’eterno tentativo umano di superare e vincere il mondo non umano – ed è proprio questo orientamento che il movimento ambientalista controbatte.

I dimostranti in Cumbria lottano contro il progettato impianto eolico vicino alla montagna di nome Saddleback, una massiccia cima bruna che Wordsworth preferisce chiamare col suo nome celtico Blencathra. Wordsworth considerava questa zona alta e incontaminata un luogo di rivelazione. Altri, tra i primi ambientalisti, da Thoreau a Emerson, si erano resi conto del valore delle cime e della brughiera per giungere a un giudizio obiettivo e umile sull’umanità.

Molti ambientalisti moderni si metteranno a ridere se parlate di queste cose. Le loro preoccupazioni sono limitate nelle sfere del business e della tecnologia – ore megawatt, particelle di milioni  di carbonio etc.e “sviluppo sostenibile”. Il movimento verde si è concentrato su un’unica attività: quella di ridurre le emissioni.  Ed è comprensibile: ciò che la scienza ci dice sul futuro impatto del cambiamento di clima, è spaventoso. Ma se il clima che cambia rappresenta un problema enorme, noi lo affrontiamo nel modo sbagliato.

Dovremmo porci la domanda: in che tipo di società vogliamo vivere? Veramente la domanda è come possiamo fare senza produrre emissioni. Non significa che le tecnologie di energia rinnovabile siano da condannare. Dobbiamo assolutamente terminare presto a bruciare fossili e l’energia eolica può dare il suo contributo se le turbine sono poste nei luoghi giusti e in misura appropriata.

Ma la vera sfida da affrontare per il clima non è la tecnologia, e neppure il problema delle emissioni. Il vero problema è che la società ha sistematicamente forzato i suoi abitanti ad allontanarsi dal mondo della natura e ne ha fatto un mondo della risorsa. Una società che pensa di operare in una bolla d’aria che può crescere ed essere gonfiata ad infinitum.

Quando chiediamo che siano costruiti più impianti eolici nelle zone incontaminate, forse pensiamo di rallentare questo processo, mentre invece l’aiutiamo a rinforzarsi. Forse senza rendercene conto, promoviamo il concetto della civiltà industriale: la crescita può continuare per sempre; la tecnologia ingigantita ci salverà; la nostra vita può continuare come sempre.

Alla fine, il cambiamento del clima ci sottopone una domanda molto semplice: vogliamo vivere nei limiti dei nostri mezzi oppure, come tante civiltà prima della nostra, crolleremo? In questa domanda è racchiusa la radicale sfida verso le varie mitologie della società industriale. La risposta non si troverà in tutta la tecnologia di questo mondo.

Scritto da: Via dal Vento 5 agosto 2009 Archiviato in Estero.

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