Gli impatti “invisibili” ma gravi sul suolo e sulle reti degli impianti eolici

Giovanni Mastino, Amici della Terra

PREMESSA

I generatori eolici attuali che vengono sempre più frequentemente proposti per essere installati sul territorio, hanno impatti evidenti, quali:

  • impatto sul territorio (per la necessità di strade di accesso e servitù varie);
  • impatto visivo sul paesaggio;
  • impatto acustico;
  • impatto sull’avifauna;

dei quali, peraltro, finora non si tiene adeguatamente conto nella valutazione dei costi diretti ed indiretti.

Tali impianti, però hanno anche impatti “invisibili” che, pur essendo rilevanti, vengono sistematicamente ignorati, distorcendo profondamente gli elementi economici, sociali ed ambientali analizzati nelle procedure di approvazione dei progetti di realizzazione ed installazione di tali impianti.

Questi impatti invisibili riguardano:

  • impatto dell’intermittenza aleatoria della produzione di energia sulla rete di trasmissione e distribuzione dell’energia elettrica;
  • impatto sul suolo e sulle acque sotterranee dei basamenti delle torri eoliche;
  • impatto sui valori di amenità dei siti e svalutazione economica delle proprietà immobiliari.

Al fine di una migliore comprensione degli elementi positivi e negativi di questo tipo di impianti, è stata condotta un’analisi di massima dei suddetti impatti invisibili.

Il testo presente è stato realizzato utilizzando come principali fonti di riferimento:

A partire da esse sono state ricavate valutazioni e conclusioni specifiche per la situazione italiana all’inizio del 2009.

LA SITUAZIONE

In Italia le caratteristiche climatiche determinano un regime anemologico pressoché privo di venti costanti, lungo tutto l’arco dell’anno, mentre il notevole sviluppo costiero comporta la presenza di brezze più o meno intense a seconda delle caratteristiche geografiche ed insediative dell’entroterra. L’esperienza operativa ormai pluri-decennale ha evidenziato una produttività media di circa 1.550 ore/anno di funzionamento, che non consente una remunerazione significativa come quella che viene correntemente ottenuta in altri paesi europei come Danimarca, Germania, Gran Bretagna, Spagna, dove si ha una produttività media di 2500 ore/anno.

In questa situazione il governo italiano ha ritenuto di incentivare in modo specifico la fonte eolica fissando un valore consistente del Certificato Verde per l’energia elettrica prodotta. Al punto che la remunerazione è divenuta ormai talmente elevata da consentire un eccezionale ritorno economico al proprietario dell’impianto ed un cospicuo contributo alle amministrazioni locali disposte ad ospitare gli impianti. È stata così innescata una corsa all’insediamento di parchi eolici sul territorio italiano in assenza di una programmazione nazionale relativa alla massima capacità integrabile nella rete e di una capacità locale di valutare se i guadagni siano effettivamente tali da giustificare gli impatti nel breve e lungo termine.

I costi di questa distorsione del mercato ricadono, naturalmente, a carico del pubblico, a livello nazionale, attraverso i meccanismi di tariffazione dell’energia elettrica e, a livello locale, attraverso il consumo di territorio ed i costi di bonifica del degrado delle risorse naturali.

LE RISPOSTE

Gli enti locali, allettati da guadagni facili e talora cospicui, specie se comparati con gli esigui bilanci di piccoli comuni, hanno tentato di arginare tale marea montante attraverso regolamenti di tipo tecnico che però non sono in grado di contemplare aspetti rilevanti quali gli impatti sul paesaggio, sulla rete di trasmissione e distribuzione, sul suolo e sottosuolo, sui valori fondiari e sul turismo.

Infatti, in assenza di esperienze pregresse è difficile prevedere effetti che solo esperti di settore possono valutare adeguatamente e per i quali manca ancora un’esperienza operativa adeguata.

Ad esempio, per quanto concerne le basi delle torri eoliche, strutture di cemento armato che richiedono fino a circa 1.000 tonnellate l’una, l’unica prescrizione fissata è stata quella di imporre che venissero realizzate con una quota massima posta al disotto del piano di campagna di uno-due metri. Nessuno ha richiesto che al termine della vita operativa dell’impianto tali basi vengano rimosse, in quanto tale operazione comporta costi che possono mettere fuori mercato l’investimento, come illustrato nel seguito. Si pensa di lasciare in loco tali basamenti in attesa che dopo decenni vengano rimosse a spese di qualcun altro, quando i responsabili dell’impianto abbiano smantellato la torre sovrastante e non siano più rintracciabili.

In questa situazione di eccesso di remunerazione, inoltre, aumenta il rischio di iniziative “mordi e fuggi”, poiché già dopo uno-due anni di funzionamento l’impianto rende un valore pari al suo costo che, peraltro, è spesso sovvenzionato a fondo perduto in percentuale cospicua mediante il ricorso ai fondi strutturali regionali.

Gli impatti invisibili sono tanto insidiosi quanto poco conosciuti. Solo le esperienze operative più recenti stanno mettendo in luce tutte queste problematiche dell’eolico e, man mano che esse aumentano, se ne possono valutare meglio gli aspetti negativi.

Non a caso le resistenze vanno aumentando proprio nei paesi dove maggiore è stata finora la penetrazione, supportata da grande e trionfalistico supporto informativo, poiché proprio in essi i limiti notevoli di tali sistemi stanno emergendo in modo crescente. Per i produttori è divenuto, quindi, più conveniente penetrare un’area come quella italiana, dove tali problemi ancora sono poco conosciuti se non del tutto ignorati.

GLI IMPATTI INVISIBILI

L’aspetto maggiormente preoccupante deriva dal fatto che proprio dove maggiore è l’esperienza operativa aumenta la presa d’atto che non vi sono soluzioni che possano consentire una dilatazione continua del mercato di questi impianti, rifiutando ogni limite a nuove installazioni sul territorio.

I limiti sono ben definiti e devono essere rispettati, altrimenti si introducono costi crescenti, che non figurano tra gli investimenti, distorcendo in modo abnorme il mercato delle fonti di energia.

I costi crescenti, che non figurano negli investimenti e non sono a carico degli investitori, sono proprio la diretta conseguenza e la prova tangibile degli impatti invisibili. Essi hanno effetti consistenti ma non rientrano nella contabilità economica della fonte di energia in quanto restano al di fuori delle partite correnti e, quindi, finiscono a carico della collettività che deve comunque pagarli nella loro interezza.

L’IMPATTO SUL SUOLO

Un importante impatto invisibile, perché ancora ignorato e negato, consiste nel problema del destino dei basamenti delle torri eoliche al termine delle vita operativa degli impianti, valutata in 25 anni. Si tratta di basamenti di dimensioni e caratteristiche notevoli che, se si trattasse di una sola torre eolica potrebbero essere dimenticati, così come ora avviene. Ma la previsione di installare fino a 15.000 unità, si impone una valutazione complessiva per capire le dimensioni del problema che si porrà ed adottare le necessarie misure normative, tecniche ed economiche.

In questa foto un esempio degli sbancamenti necessari per realizzare una centrale eolica (in questo caso la piazzola per un aerogeneratore da 1,5MW di potenza di picco, nell'impianto COSVIG di Montecatini V.C. (PI)

In questa foto un esempio degli sbancamenti necessari per realizzare una centrale eolica (in questo caso la piazzola per un aerogeneratore da 1,5MW di potenza di picco, nell'impianto COSVIG di Montecatini V.C. (PI)

Il basamento di una torre eolica da 1 MW di potenza è costituito da un manufatto di cemento armato che ha una sezione orizzontale di 5×5 m ed una profondità che varia da 20 a 30 m. In genere questo comporta l’impiego di una quantità di cemento armato che può variare da 500 a 1.000 t.

In nessuno degli studi di valutazione dell’impatto è stato finora affrontato il problema della presenza di questo manufatto e della sua interazione con la matrice geologica che lo ospita. Come accennato in precedenza, in Italia i siti maggiormente redditizi per la fonte eolica sono i crinali delle montagne, soprattutto degli Appennini, dove la struttura geologica è principalmente calcarea. Pertanto, le formazioni geologiche che ospitano i basamenti hanno una forte vocazione a fenomeni di carsismo, nel senso che è prevedibile che all’interfaccia formazione geologica-cemento si sviluppino fenomeni di erosione (con possibile dinamica crescente) dovuta alla discontinuità di circolazione delle acque meteoriche nei due diversi materiali e, nel tempo, anche perdita di un valido contatto con rischio di instabilità per l’impianto stesso.

In questa foto un esempio degli sbancamenti necessari per realizzare un'opera accessoria ad una centrale eolica, la sottostazione di trasformazione per permettere il colegamento alla rete elettrica (Impianto COSVIG di Montecatini V.C. (PI))

In questa foto aerea un esempio degli sbancamenti necessari per realizzare un'opera accessoria ad una centrale eolica, la sottostazione di trasformazione per permettere il collegamento alla rete elettrica (Impianto COSVIG di Montecatini V.C. (PI))

Finora tra le tante guide tecniche realizzate da enti locali, in Italia ed all’estero, non è previsto per i basamenti alcun obbligo di indagine idrogeologica finalizzata a valutare questi rischi, ma solo quelle necessarie per la realizzazione dei basamenti, che non sono finalizzate a garantire la stabilità dell’impianto nel corso di tutta la sua vita operativa e la sua rimozione a fine vita. L’unica ridicola prescrizione emanata richiede che il basamento arrivi ad una quota inferiore di 1-2 m quella del suolo, in modo che una volta rimossa la torre il basamento venga interrato e reso non visibile; ma questa è una soluzione non adeguata e miope in quanto, come sopra detto, gli impianti vengono in genere collocati lungo i crinali montuosi, e comunque in zone ventose, dove l’erosione eolica asporta 1-2 cm di suolo l’anno, così che dopo qualche decina di anni il basamento verrebbe ad emergere ponendo finalmente in modo non più ignorabile il problema della sua rimozione e di una corretta rinaturazione del sito che ha ospitato l’impianto.

La rimozione di un simile basamento però è un problema di non poco conto. Infatti, la sua costruzione viene in genere realizzata attraverso un reticolo di pali di cemento armato di diametro adeguato (50-100 cm), affiancati tra di loro, sul quale si poggia un plinto dello spessore di circa 2 m che, come detto deve restare ad 1-2 m sotto il piano di campagna.

Questi basamenti, come sopra esposto, vengono realizzati in zone di crinale su formazioni che sono per lo più di tipo calcareo nelle quali la circolazione delle acque è soggetta a modificazioni anche sensibili quando si introduce un elemento di discontinuità tanto rilevante.

Trattandosi di diecine di migliaia di basamenti è chiaro che si può ragionevolmente prevedere un impatto consistente sull’idrogeologia e tale da giustificare la necessità di loro rimozione una volta terminata la vita operativa della torre sovrastante.

Inoltre, non esistono in letteratura studi, ricerche e prove che assicurino che tale soluzione tecnologica possa garantire la stabilità della torre per tutta la sua vita operativa. Infatti, come già accennato, la natura carsica delle formazioni calcaree dei crinali che ospitano questi impianti fa ragionevolmente sospettare che nell’arco di 25 anni possano sopravvenire fenomeni di erosione da parte delle acque meteoriche, specialmente con le attuali crescenti condizioni di eventi estremi alternati di piovosità e siccità, tali da compromettere le caratteristiche di stabilità della torre eolica.

A fine vita dell’impianto, l’unica soluzione percorribile per la rimozione di un basamento consiste nella distruzione dei pali per mezzo di idonei sistemi di perforazione, la rimozione dei materiali di risulta estratti ed il riempimento con materiale idoneo (roccia calcarea e suolo). Tale operazione ha un costo medio di almeno 100 €/m di pali e, avendo il basamento uno sviluppo lineare in pali di almeno 2.000 m, il suo costo complessivo per singolo impianto ammonterebbe ad almeno 300.000 €, tenendo conto di tutti i costi relativi al trasporto ed allo smaltimento dei materiali di risulta. Se nel computo generale dei costi esterni dell’energia eolica questo valore venisse correttamente conteggiato, tutti i parametri economici sarebbero cambiati, sia in termini di resa generale che di costo corrente dell’energia prodotta.

Al momento si può soltanto affermare che oltre al costo che oggi ricade sul pubblico a causa dell’eccessiva remunerazione dei Certificati Verdi per l’eolico (v. DIECI ANNI DI EOLICO IN ITALIA: 1996-2006 di Domenico Coiante, 28/12/06), va sommato anche il costo dei danni ambientali e della rimozione dei basamenti che ammontano a circa 500.000 € per aerogeneratore, tenendo presente che si prevede di installare macchine di potenza maggiore (1,5-2 MW). In ogni caso la previsione di 15.000 MW comporta un costo di bonifica a fine vita (25 anni) pari a non meno di 7 miliardi € a carico dello Stato.

Esempio dei lavori necessari per una centrale eolica in zona montuosa: l'impianto di Cocullo in Abruzzo

Esempio dei lavori necessari per una centrale eolica in zona montuosa: l'impianto di Cocullo in Abruzzo

Né risulta accettabile la considerazione, spesso sostenuta da molti, che i basamenti potranno ospitare nuovi impianti, al termine del ciclo di vita di quelli attuali, per almeno due ordini di motivi:

  • i basamenti non assicurano le condizioni di stabilità nel tempo richieste per l’installazione di torri che tenderanno ad essere sempre più grandi, a causa dei fenomeni di discontinuità idrogeologica che introducono nel terreno che li ospita;
  • tra 25 anni è prevedibile che i sistemi di produzione di energia elettrica da fonte eolica, come di seguito riportato, avranno subito innovazioni tali da rendere completamente obsoleta la filiera eolica che oggi viene tanto prepotentemente spinta sul mercato. I basamenti, quindi, saranno una triste e costosa eredità alla quale si dovrà rimediare con risorse pubbliche, mentre sarebbe corretto, anche in termini di mercato e di competitività, che nei costi che i costruttori oggi affrontano venisse anticipato, ad es. attraverso apposite fideiussioni, il costo di bonifica finale.

QUANTO VALE L’IMPATTO SUL PAESAGGIO ?

L’IMPATTO SUI VALORI FONDIARI, SUI VALORI DI AMENITÀ E SUL TURISMO

L’impatto sul paesaggio degli impianti eolici è molto controverso e, quindi, difficile da valutare e quantificare. In termini pratici si dovrebbe seguire l’approccio di verificare la disponibilità delle popolazioni interessate attraverso inchieste condotte presso i soggetti interessati di maggiore rappresentatività (i così detti stakeholders) in ordine a due oggetti:

  • se si ritiene che la disponibilità di impianti eolici nella propria comunità sia importante, quale costo si è disponibili ad affrontare per consentirne l’installazione ?
  • se si ritiene che la presenza di impianti eolici nella propria comunità sia un danno, in quale misura si richiede di essere indennizzati per consentire alla loro installazione ?

Questo tipo di approccio (definito anche come “disponibilità a compensazioni finanziarie” o “willingness to pay”) dovrebbe consentire la definizione di valori compensativi per quanto riguarda tipi di impatto che sfuggono ad una quantificazione diretta. In rapporto al paesaggio, ad esempio, alcuni possono ragionevolmente affermare che la presenza di impianti con elementi in movimento rende più gradevole la vista di un paesaggio altrimenti statico. D’altra parte può essere altrettanto ragionevolmente affermato che proprio elementi in movimento alterano in modo irreversibile il valore estetico di un paesaggio, quale tradizionalmente conosciuto. Tuttavia, l’applicazione di tale metodo è complessa e suscettibile di una conduzione non neutra e tutt’altro che trasparente, per cui di fatto si ricorre a contrattazioni più sbrigative ed orientate a generare una pressione diretta sulle amministrazioni locali e sui soggetti maggiormente interessati ed impegnati.

Altrettanto poco facilmente definibili sono gli impatti sull’amenità dei luoghi che accolgono gli impianti eolici; argomento che, invece, in Italia dovrebbe avere un’importanza primaria. Infatti, come accennato, i siti eolici più produttivi sono quelli sui crinali degli Appennini e nelle zone costiere, due aree geografiche oggetto di destinazioni turistiche di maggiore frequenza e, spesso incluse in aree soggette a vincoli di protezione ambientale. In particolare le aree di crinale possono subire i maggiori impatti in termini di perdita di valori ecosistemici importanti, quali la copertura vegetativa, l’alterazione della circolazione superficiale e sotterranea delle acque, la sottrazione di habitat per la biodiversità. Tutti impatti per i quali non è diretto valutare in termini monetari le compensazioni che sarebbero dovute, vista anche la scarsa esperienza operativa di questi impianti e l’assenza di studi specifici in materia.

La perdita di valore in termini fondiari è più agevole da quantificare in quanto la variazione dei valori di mercato dei beni fondiari dove sono installati impianti eolici è un fenomeno ben noto e relativamente ben quantificato.

Minori informazioni, invece, sono disponibili per l’impatto sul turismo, anche se in Italia questo aspetto dovrebbe essere accuratamente valutato visto che in termini monetari l’introito valutario del turismo internazionale dell’Italia, nel 2008, è stato di 31,1 miliardi di € pari a circa il 10 % delle entrate di bilancio dello stato. Non è conveniente sacrificare un valore tanto importante per il paese per consentire lo sviluppo di una fonte rinnovabile che ha un ruolo marginale e tutt’altro che economico negli obiettivi di politica energetica ed ambientale del paese, dell’Europa e del mondo nel suo complesso.

LE INNOVAZIONI

Nei paesi del nord Europa, dove lo sviluppo dell’insediamento di impianti eolici in terra ferma incontra crescenti resistenze, l’innovazione si è orientata per l’immediato verso installazioni in mare aperto, che presenta notevoli vantaggi soprattutto dal punto di vista anemologico, essendo in grado di intercettare venti più forti. Queste innovazioni differiscono dall’eolico off-shore tradizionale: infatti si tratta di turbine eoliche galleggianti di grande potenza, la prima delle quali è appena stata collocata in mare al largo della Norvegia e sarà fatta funzionare per alcuni anni per mettere alla prova questo nuovo tipo di rimpianti.

La sua base non poggia sul fondo del mare, ma su di una piattaforma ancorata al fondo del mare da cavi che possono arrivare ad una profondità di 700 metri, con una tecnologia che utilizza le esperienze delle piattaforme petrolifere.

In tal modo questo tipo di impianti può essere collocato molto più al largo rispetto agli impianti off-shore “tradizionali”, con il non indifferente vantaggio di essere invisibili dalla terra ferma. Per ora non risulta che possano causare disturbi sensibili a radar, operazioni di pesca e rotte navali.

Altri progetti per la produzione di elettricità da fonte eolica, che stanno rivoluzionando i concetti base del settore, sono in corso di sviluppo dimostrativo. La tecnologia degli impianti che vengono oggi installati, infatti, è diretta discendente di tecnologie datate, quale, ad esempio, quella dei mulini a vento, operante da migliaia di anni, rivisitata con la moderna scienza aeronautica durante la seconda metà del secolo scorso. Essa si basa sul concetto di riuscire a cogliere al meglio l’energia eolica negli strati atmosferici più bassi in prossimità del suolo, dove peraltro essa è minore e più variabile. Da qui la necessità di realizzare torri molto alte e di avere eliche sempre più grandi, dal momento che l’energia, catturata dal vento, è proporzionale all’area spazzata dalle pale del rotore (esigenza di avere pale molto lunghe).

Recentemente, invece, utilizzando le conoscenze più recenti di meteorologia e, quindi, delle caratteristiche dei venti alle varie quote della troposfera, è stato verificato che al di sopra di una certa quota (circa 1.500 – 2.000 m sul livello del mare) la velocità del vento è abbastanza costante e continua ed ha una densità di energia molto maggiore che a 100 m dal suolo al livello dei crinali appenninici (1.000 m s.l.m.).

Le innovazioni in corso di sperimentazione, partendo da queste premesse, stanno sviluppando prototipi che possano catturare l’energia eolica a quote di 800-1.000 m sopra al livello delle zone collinari mediante profili alari simili ad aquiloni che si muovano lungo percorsi chiusi (circolari o ad otto) trascinando per mezzo di appositi cavi le estremità di un impianto (simile ad una giostra) posto a terra dove il movimento rotatorio viene trasformato in elettricità. I profili alari, naturalmente, dovrebbero assumere posizioni continuamente variabili (bolina, traverso, largo) nei confronti del vento (modificando la tensione dei cavi) in modo da ottimizzare la cattura dell’energia eolica.

Interessanti risultati sono stati raggiunti nelle sperimentazioni già svolte, utilizzando modelli in piccola scala e sistemi di controllo computerizzati molto sofisticati, tanto da permettere lo studio di fattibilità di impianti eolici di grande taglia. Questi potrebbero avere costi competitivi, produzione quasi continua, potenze unitarie di centinaia di MW, effettiva potenzialità di sostituzione degli impianti termoelettrici e dei combustibili fossili e scarso impatto negativo sulla rete.

Le sperimentazioni di maggiore successo sono in corso negli Stati Uniti ed in Italia e fanno presumere che si potrà disporre, in un futuro prossimo, di impianti commerciali, che metteranno fuori mercato le tecnologie attuali.

CONCLUSIONI

Venticinque anni di produzione di elettricità da fonte eolica con le attuali tecnologie potrebbero costare allo stato italiano almeno 20 miliardi di € per sovrastima dei Certificati Verdi, 7 miliardi di € per bonifica dei siti ed una cifra attualmente non valutabile a carico delle popolazioni interessate, a causa degli altri impatti.

Sono cifre che richiedono immediati interventi per prevenire questi costi ingiustificati attraverso una correzione adeguata dei Certificati Verdi e l’istituzione di garanzie finanziarie per la bonifica dei siti e la compensazione dei soggetti maggiormente interessati. Senza tralasciare l’opportunità di investire una piccola frazione di quanto recuperabile in maggiori risorse per lo sviluppo delle innovazioni, a supporto dell’industria nazionale, in modo da accelerare la loro entrata sul mercato commerciale.