Le grandi torri eoliche, per la collocazione sui crinali, per l’altezza, per la composizione inserie, introducono nel territorio scenari assolutamente inusuali, che irrompono con la forza delle loro gigantesche dimensioni nella visione paesaggistica.
Grandi macchine, potenti, dominanti, sempre in movimento. Le più grandi mai costruite dall’uomo. Gli ultimi progetti sfiorano i 130 metti, pari d’altezza della cupola di S. Pietro. Chi le conosce, o le vive quotidianamente da vicino, dichiara inquietudine e turbamento nel vedei luoghi familiari della propria vita radicalmente mutati e sconvolti in tempi brevissimi. Il movimento perenne, in aggiunta alla grandezza, determina per lo sguardo un’attrazione ineludibile.
La sensazione di un implacabile dominio delle macchine sull’uomo, sembra ora estendersi fin nei luoghi che sembravano dedicati per sempre alla bellezza ed alla serenità delle campagne e dei monti.
L’impatto colpisce alla radice i valori del paesaggio, in maniera irreversibile ed immitigabile, per ciò stesso che nella ricerca del vento gli apparati devono svettare su tutto, diventando il punto focale di ogni visione.
Territori visti solo ieri, liberi nei campi, nei crinali e negli orizzonti, dopo il conficcamento delle immanipalificazioni, sono oggi di fatto estromessi dall’elenco delle bellezze naturali e paesistiche del nostro paese.
Un paese di piccola taglia, lungo e stretto, densamente abitato, percorso ovunque da strade e costellato di borghi. torri, castelli. abbazie, aree archeologiche.
Dove ogni luogo ed ogni monumento dialoga con un universo di luoghi e siti circostanti storici e naturali.
Dove il contesto paesaggistico è valore irrinunciabile di ogni monumento isolato nelle campagne e nei versanti dei monti. Dove l’alterazione del paesaggio porta con sé la banalizzazione dei tesori culturali storici architettonici ed archeologici.
Un mutamento epocale
Dopo le grandi, caotiche e mal riuscite periferie che assediano le città storiche; dopo lo sparpagliamento irresponsabile di capannoni e villette per le campagne (un tempo magnifiche) delle aree metropolitane; dopo la distruzione di migliaia di chilometri di coste, ecco ora una nuova piaga ad affliggere il nostro paese. Una nuova forma di speculazione edilizia.
L’accaparramento, sotto la spinta di interessi miliardari dei luoghi più ventosi, fuori da ogni seria valutazione di impatto ambientale. Terreni acquisiti a quattro soldi sulle cime dei monti e nelle campagne più riposte, più conservate e più autentiche.
Con regalie a Comuni indifesi, in una sorta di nuova colonizzazione, non a caso guidata da lobby industriali del Nord Europa, ben inserite nella Comunità Europea. Esse si giovano, paradossalmente, della benevolenza di vasti settori del mondo ambientalista, che per mancanza di cultura del paesaggio non sanno distinguere i luoghi del globo terraqueo, adatti o meno ad accogliere questa tecnologia.
I progetti, in verità dissennati, di installare 10.000 MegaWatt di eolico (vedi proposta Legambiente)con migliaia e migliaia di torri distribuite in gran parte del Mezzogiorno e in estesissime aree appenniniche,isolane e prealpine preannunciano una dequalificazione generale nel paesaggio italiano.
In un’insanabile contraddizione con i programmi, le vocazioni e le aspettative sulle quali da tempo lavorano le comunità agricole e le loro organizzazioni per fare di questa ultima grande riserva del paesaggio storico e naturale, una risorsa capace di trattenere gli abitanti che le presidiano e fornire posti di lavoro neil’accoglienza rurale, nel turismo ambientale e culturale.
Nella divisione internazionale del lavoro di riduzione dei gas serra nessuno ci obbliga a scegliere l’eolico e neppure vi sono imperiose ragioni di ordine temporale ed economicistico.
Ancora una volta per awentatezza e per avidità si trascurano le nostre risorse a vantaggio di altri, di pochi, e di estranei:
- il sole, per farne la nostra industria energetica, Â senza ricadute dannose;
- il paesaggio, per riequilibrare la nostra economia con beni di qualità e da altri irriproducibili, conservandolo e restaurandolo nei suoi piu originali caratteri.
Testo di Oreste Rutigliano, tratto dal bollettino mensile dell’Associazione Italia Nostra del luglio/agosto 2006
