Green jobs: falliscono ovunque

Segnaliamo un nuovo studio sui cosiddetti “green jobs” (cosiddetti perché non ci si è nemmeno mai trovati d’accordo su come definirli) di Gordon Hughes dal titolo “The myth of green jobs”. Hughes critica l’efficienza in un’ottica di analisi dei costi e dei benefici l’efficacia di politiche di incentivazione delle fonti rinnovabili per il raggiungimento degli obbiettivi di riduzione di CO2. Vediamo dopo il link alcune delle argomentazioni. Nel frattempo, sul campo in molti paesi si assiste al drammatico fallimento delle politiche ubblliche che miravano alla creazione di green jobs:

A Seattle in un anno un programma da 20 milioni di dollari ha creato solo 14 posti di lavoro con risultati disastrosi.

Nel Nevada le politiche del senatore democratico Harry Reid di fare dello stato la capitale dell’energia pulita non sembrano aver portato grandi risultati in uno stato con un elevato tasso di disoccupazione, secondo quanto scrive il National Journal.

La fabbrica della American Superconductor a Middleton nel Wisconsin, che produce componenti per torri eoliche, magnificata nel 2009 da Obama come esempio di crescita “green” licenzia 150 persone.

Un editoriale di David Brooks sul New York Times elenca molti casi in cui i posti di lavoro sperati e pagati con i soldi dei contribuenti non si sono materializzati e spiega come l’intervento pubblico dovrebbe essere indirizzato a creare un contesto istituzionale favorevole all’innovazione.

Peter Glover, su Energy Tribune, mostra come sia negli USA che a livello mondiale le politiche di incentivazione hanno creato pochi posto di lavoro e spesso a scapito di posti di lavoro esistenti.

Infine il caso più drammatico: la chiusura della fabbrica di pannelli solari Solyndra, con il conseguente licenziamento di 1100 lavoratori, dopo aver incassato oltre 500 milioni di dollari di contributi pubblici. Ne parla anche il Corriere della Sera.

  • Raggiungere gli obbiettivi di riduzione di CO2 con le fonti rinnovabili sarà molto costoso
  • La bontà delle politiche pubbliche non dovrebbe essere misurata sui lavori creati ma sul valore aggiunto per l’economia
  • Non ci sono prove che giustifichino l’affermazione che le politiche “verdi” aumenteranno il livello totale di occupazione nel medio e lungo termine. Esse porteranno ad una diversione degli investimenti dal resto dell’economia
  • Uno studio più attento delle politiche di incentivazione delle rinnovabili mostra come esse siano industrie ad alta intensità di capitale.
  • Il 35% dell’investimento in centrali eoliche offshore è destinato al pagamento di salari e stipendi contro il 70% tipico delle politiche di investimento pubbliche.
  • Se le politiche di investimento in energia pulita sono finanziate utilizzando risorse da altre forme di investimento, l’impatto immediato sarà neutrale ma nel lungo periodo l’impatto totale sarà inferiore.
  • Si dice che tali politiche promuoveranno l’innovazione e lo sviluppo di nuove industrie, ma poiché ogni nazione fa questi proclami i conti non tornano. Qualche piccola nazione, come la Danimarca e Israele ha guadagnato un certo vantaggio iniziale che si sta lentamente erodendo. Nel lungo termine è indubbio che il principale beneficiario sarà la Cina.
  • I prezzi dell’elettricità devono salire del 100% per recuperare i più alti costi di investimento per le energie rinnovabili. Questo andrà a discapito delle industrie che producono beni scambiati con l’estero, che devono competere con paesi che non seguono le stesse politiche.
  • La risposta più probabile per le attività industriali che vedono aumentare i costi dell’energia e la delocalizzazione della produzione. Così a fronte del guadagno di pochi occupati nell’energia rinnovabili si avrà una perdita di posti di lavoro molto maggiore nel settore industriale.
  • Tali politiche energetiche avranno un impatto sull’inflazione di 0,6-0,7 punti. Poiché la Banca d’Inghilterra ha degli obbiettivi d’inflazione fissi questo significherà che saranno necessarie politiche monetarie restrittive negli altri settori.
  • L’impatto cumulativo sul PIL sarà una perdita potenziale del 2-3% per vent’anni o più
  • Il valore di tali politiche deve essere valutato considerando i costi per usare le rinnovabili per ridurre la CO2. Tale costo è di 250 sterline per ogni tonnellata.
  • La scelta di ridurre del 2% il PIl per abbattere il 4% delle emissioni di CO2 deve essere portata a conoscenza del pubblico. Le affermazioni dei lobbysti sulla creazione di migliaia di posti di lavoro non trovano riscontro nella realtà, e se anche lo trovassero sarebbero irrilevanti.

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