La distruzione dell’ambiente e del paesaggio in Italia fra neocolonialismo tecnologista, incompetenza politica e degrado della cultura nazionale

Un intervento di Luca Bellincioni, apparso su Patrimonio SOS:

Transitando nei dintorni del Lago di Bolsena, da qualche mese è possibile constatare quale cieca follia distruttiva ai danni dell’ambiente e del paesaggio si sia impossessata della nostra società e della nostra politica. Enormi torri eoliche, alte circa 100 metri, svettano sulle dolcissime colline occidentali del quinto lago per grandezza d’Italia e del più grande bacino vulcanico d’Europa. Ci troviamo nel cuore dell’Etruria, la quale assieme alle vestigia della civiltà etrusca custodisce una parte essenziale dell’identità culturale del nostro Paese. Il Lago Volsino, con le sue due isolette (la Bisentina e la Martana), fu sacro agli Etruschi e ha conservato un paesaggio agreste e naturale di rara bellezza, caratterizzato dallo splendido alternarsi di boschi, pregiati vigneti (celebre il doc “Est! Est! Est!” di Montefiascone), uliveti, frutteti, pascoli e campi coltivati, in cui si inseriscono armoniosamente borghi medievali e rinascimentali e siti archeologici. Un paesaggio che ricorda da vicino gli antichi scenari della Campagna Romana che tanto affascinarono i viaggiatori del Grand Tour, e che per la sua integrità e per l’eccezionale interesse geo-morfologico (il vulcanismo) qualche anno venne interessato da un progetto (poi misteriosamente abbandonato) di candidatura a patrimonio mondiale dell’Unesco. Purtroppo, a causa di una scellerata vicenda locale, che incredibilmente non è riuscita a smuovere l’opinione pubblica nazionale né alcuno degli intellettuali italiani “che contano”, fra ottobre e novembre del 2001 sono state innalzate numerose pale eoliche che hanno gravemente alterato questo delicato contesto paesistico nonché quelli limitrofi, in quanto le torri sono visibili sin da grandi distanze ed incombono sulla vicina magnifica Tuscania. Nei dintorni, come se non bastasse, nel giro di due anni è esploso il business del fotovoltaico a terra, il quale, approfittando della crisi di un’agricoltura ormai abbandonata a se stessa dalle istituzioni, ha “consumato” ulteriore paesaggio e terreno fertile, addirittura (e non si sa come) all’interno di zone protette da sic o zps (la Conca di Latera, antichissima caldera vulcanica dal fondo coltivato, ne è l’esempio più triste). Ebbene, se non era questo un paesaggio da salvaguardare assolutamente, allora non sappiamo proprio quale altro potrebbe esserlo. Se è stato possibile sfregiare in questo modo barbarico il Lago di Bolsena, come qualche anno prima accadde per il Castello di Montepò presso Scansano, regno del “Morellino”, allora ormai possiamo aspettarci che le pale eoliche invadano ogni luogo d’Italia, dalle Dolomiti alle colline toscane, dalla Valle Umbra alla Costiera Amalfitana. Magari a braccetto col sempre incombente cemento. E i progetti ci sono.

A questo punto, vien da pensare, potremmo tranquillamente abrogare l’Articolo 9 della Costituzione, visto che assistiamo all’ennesimo suo sbeffeggiamento, all’ennesima conferma della sua inapplicabilità reale. Del resto un conto è una trasformazione, lenta, graduata e soprattutto guidata del territorio, ben altro è il discorso di un territorio completamente stravolto “dal giorno alla notte” nei suoi tratti essenziali e nelle sue vocazioni consolidate o in fieri, come accade con l’eolico o il fotovoltaico a terra. La vicenda del Lago di Bolsena è forse al momento il caso più esemplare in Italia di alterazione improvvisa e violenta di un territorio dalle peculiarità ben marcate, fra l’altro nella fattispecie di un territorio improntato su un’economia sostenibile di agricoltura, pesca, artigianato e turismo. Ma non è certo l’unico esempio di questo tipo. Assistiamo infatti oggi ad un’aggressione senza limiti del paesaggio italiano, con interventi di cementificazione o di modificazione a fini energetici che probabilmente non ha precedenti come tempi e come rapporto opera/danni sul territorio. Infatti se negli anni Sessanta i primi interventi di trasformazione radicale del territorio, spesso irragionevoli ma in alcuni casi in qualche modo comprensibili, avvenivano su un territorio a livello ambientale e paesaggistico sostanzialmente immacolato, oggi al contrario i nuovi progetti edificatori, energetici ed infrastrutturali, vanno letteralmente ad “infierire” su un territorio, quello italiano, per larghi tratti compromesso, andando per giunta a concentrarsi sulle aree rimaste più intatte, con il risultato, alla lunga, di non lasciare più nulla di integro alle generazioni future.

Ma cos’altro è a bene vedere questa devastazione del paesaggio, se non il risultato di una nuova e più subdola forma di colonialismo, non dissimile per certi versi a quella perpetrata degli Spagnoli ai danni degli Indiani d’America nel XV-XVI secolo? Sicché noi cittadini saremmo gli Indios, mentre gli specchietti e i campanelli del passato sarebbero gli odierni nostri cellulari, i nostri palmari, i nostri televisori a schermo piatto; e dall’altro lato, i conquistadores sarebbero le grandi multinazionali industriali, gli speculatori dell’energia e del cemento, gli immobiliaristi; tutti, come allora, sorretti dalle banche. E come accadde in quel tempo lontano, anche oggi ci viene sottratta la terra, e con essa la nostra cultura e la nostra identità. Oggi come allora è la tecnologia spicciola, quella inutile e frivola, a far breccia nell’ignoranza della gente, che per ottenerla dà tranquillamente via la propria fonte di vita, ossia come detto il territorio. Tutti ormai hanno in bocca parole come “ecologia” e “ambiente”, ma nessuno si lamenta se nelle campagne vicino casa costruiscono l’ennesimo centro commerciale. Anzi se ne felicitano: ci andranno a passare il tempo libero. Insomma, oggi come allora i colonizzati cedono in cambio di niente il proprio territorio, il quale per prima cosa dovrebbe dare loro le risorse primarie e indispensabili della vita, ossia acqua, cibo e aria buona. E come è sempre accaduto, il colonialismo si tinge di giustificazioni etiche. Come per le guerre che dovrebbero “portare la civiltà”, così si ricopre di cemento un territorio non perché ci si vuol speculare, ma perché vi si vuole portare lavoro; si impiantano pale eoliche su un territorio non per sfruttarlo, ma perché lo si vuole aiutare a livello ambientale (!). Al danno si aggiunge dunque la beffa. Manca solo che ci rendano schiavi anche giuridicamente. Ma del resto, diminuendo la terra fertile e la possibilità di coltivarci il cibo in loco, non ci viene sottratta allo stesso tempo una fetta non indifferente della nostra libertà individuale? Se per assurdo qualche Paese estero non ci vendesse più il grano o altri prodotti che ormai importiamo dall’estero, noi cittadini – che non sappiamo nemmeno più coltivare due patate – non verremmo praticamente affamati? A livello logico è strano constatare come dai mass media si gridi continuamente allo scandalo per il fatto che l’Italia – povera di materie prime – importi energia dall’estero (cosa peraltro vera soltanto per il gas e il petrolio, visto che con l’impennata di eolico e fotovoltaico, favorita da incentivi statali esorbitanti, abbiamo abbondantemente superato la soglia di supporto della rete elettrica), ma che nessuno si sconvolga del fatto che il nostro Paese – il più ricco e vario di possibilità di produzione alimentare al mondo – importi sempre più cibo da Stati anche lontanissimi. Ogni persona di buon senso dovrebbe concludere che è molto meglio dipendere dall’estero per l’energia che per mangiare. Al limite, per fare una battuta e portare il ragionamento all’estremo, meglio restare a piedi o al buio che senza qualcosa da mangiare!

Di questo sempre più evidente “neocolonialismo tecnologista” non ci siamo ancora accorti e continuiamo a considerare la cura dell’ambiente come un argomento secondario, non essenziale. A meno che la “cura dell’ambiente” non sia concepita appunto a livello tecnologico, ossia nella convinzione che alterandolo tramite alcune tecnologie esso possa essere “aiutato” (è questa la grande menzogna dell’ideologia delle rinnovabili “senza sé e senza ma”). In realtà l’ambiente per essere risanato ha bisogno esclusivamente di riconquistare ampi spazi di naturalità e biodiversità sottratti in decenni di sciagurato sfruttamento. Sfruttamento che troppe volte in Italia si è associato agli sprechi o alla criminalità organizzata. Al tal proposito potremmo interpretare la furente lotta dei “no-tav” in Val di Susa, ossia come un segno tangibile di una cittadinanza, quella italiana, che inizia ad essere stufa della retorica e della politica delle “grandi opere”, in un Paese nel quale essa ha provocato più danni che vantaggi. La gente vede intorno a sé sempre più disservizi, mentre lo Stato richiede sempre più sacrifici. Gli stessi treni ad alta velocità cominciano ad essere visti non come un nuova opportunità di mobilità e di lavoro ma come un mero business che finirà col depauperare ulteriormente il servizio dei treni dei pendolari e comunque come uno spreco di ingenti somme di denaro ragionevolmente utilizzabili per servizi ben più importanti, quali la sanità e la scuola o, appunto, la tutela del territorio. La gente ha ormai le scatole piene di sentirsi dire che non ci sono più soldi per niente, per poi veder miracolosamente comparire miliardi di euro per le solite “grandi opere”: così, se fino a qualche anno fa la protesta dei “no-tav” concerneva piuttosto il tracciato prescelto, ora punta direttamente al rifiuto dell’opera tout court. Le “grandi opere”, insomma, almeno nel nostro Paese (complice la storia degli ultimi sessant’anni), sono sempre più sinonimo di spreco, degrado ambientale, o addirittura mafia. Certo, il mito dello sviluppo quantitativo, del progresso positivista insito nella tecnologia ha ancora presa nella maggior parte della popolazione, ma una porzione sempre più vasta di cittadini inizia ad accorgersi che non sulla quantità, bensì sulla qualità, non sulla trasformazione di principio dell’esistente ma sulla sua riqualificazione e valorizzazione, non sul cieco modernismo ma sul recupero del meglio delle tradizioni si gioca il nostro futuro.

In ogni caso, il nuovo “governo tecnico”, per quanto tale, fra le tante idee e promesse non ha ancora proferito parola alcuna sulla necessità, oggettivamente improcrastinabile, di operare opere di bonifica e restauro del territorio italiano. Si parla di crescita, di liberalizzazione, e giammai di tutela-valorizzazione del nostro patrimonio ambientale, paesaggistico e culturale. Eppure siamo quello che un tempo era chiamato il “Bel Paese” e molti all’estero ancora continuano a considerarci tale, reiterando le proprio presenze turistiche nonostante un’offerta ricettiva, di tutela dei beni e di servizi correlati, sempre più scadente quanto a rapporto qualità/prezzo. Ad ogni modo niente: neanche i nostri “tecnici” al governo riescono a comprendere l’urgenza di recuperare il territorio, anche con scelte coraggiose e drastiche. E così, invece di proteggere i boschi e i terrazzamenti, di abbattere ecomostri e costruzioni infelici, e in generale di curare le aree fertili incentivando le attività agro-silvo-pastorali che sono i loro naturali custodi, i nostri “tecnici” lasciano, come i loro predecessori, che si “inondino” le nostre campagne di ville, villette, palazzi, centri commerciali e poli logistici (tutte costruzioni che sempre più spesso rimangono vuote e invendute), che invece di coltivare grano si “coltivino” pannelli fotovoltaici, che invece di piantar alberi e curare i campi si “piantino” pale eoliche, che invece di monitorare la qualità delle nostre acque si permetta alle aziende più disoneste di rilasciare nei nostri fiumi e quindi nelle falde acquifere e nel mare sostanze micidiali per l’ambiente, che invece di imporre ex lege la raccolta differenziata ad ogni Comune la si lasci alla sua facoltà. La crisi proviene anche da queste cose, ma i mass media tacciono, perché sono argomenti difficili, spinosi, poco popolari, poco interessanti, e poi vanno troppo spesso in contraddizione proprio con le lobby che sostengono l’attuale mondo della comunicazione. Basta guardare il “mondo moderno e futuro” propagandato ferocemente dalle pubblicità televisive, in cui si prefigura una vita assurda e non certo auspicabile fatta di masturbazioni tecnologiche, di gente che non sa fare nulla di pratico, di famiglie finte e ridicole, di città di grattacieli (con orti e piante nelle vasche di cemento) e di campagne piene di pale eoliche senza più un animale. Si tratta in realtà di modelli esterni alla cultura italiana (e spesso anche a quella europea), e che, tramite il martellamento dei mass media, fanno ormai breccia nella popolazione senza alcun freno. Noi dovremmo prendere esempio dai nostri splendori passati, come il Rinascimento, e cercare di farli rivivere rendendoli in qualche modo attuali e fruttuosi, e invece molti di noi “sospirano” di fronte alla immagini dei grattacieli di Dubai e delle megalopoli americane.
Assistiamo insomma oggi al declino della nostra identità storico-culturale nazionale, la cui perdita appare ancora poco sentita a causa dello scarsa importanza che sempre più viene conferita alla storia dalla nostra società. E la perdita d’identità provoca a sua volta smarrimento di senso civico (come se in Italia non ne avessimo abbastanza di una tale lacuna), poiché l’interessarsi alle questioni di una comunità deriva dal sentirsi parte di essa, e questo sentimento nasce proprio a partire da una comune identità riconosciuta. La perdita di importanza storica produce inoltre la morte della memoria collettiva, di cui nemmeno si sente la mancanza in quanto il prevalere della tecnologia e dei suoi tempi rapidissimi impone uno sguardo sempre proteso al futuro e mai al passato perché non c’è tempo di farlo. Il passato è anzi proposto non come patrimonio comune di esperienze sia positive sia negative, le une da conservare e rendere attuali le altre da rifiutare e considerare come terribile monito, ma, di per sé, come insieme di errori, superstizioni, incapacità. Quel che c’è stato, grosso modo, prima degli anni Sessanta (e cioè prima dell’inizio dell’era globalizzante, tecnologica ed iper-consumistica dell’inurbamento di massa, delle automobili, della tv e degli elettrodomestici) è tutto da buttare, è “un’epoca buia”. In verità il passato è scrigno di saperi preziosi, e spesso modello, ormai incomprensibile, del saper vivere sfruttando al minimo, o quanto meno bene, l’ambiente. Ed invece, lungi da quest’ottica, la pubblicità televisiva propaganda in modo martellante che occorre superare il passato, visto come qualcosa di vecchio, di inefficiente da superare prima possibile. Il senso della tradizione è perduto; la visione matura di un passato da criticare, da cui prendere esempio nel bene e nel male è assolutamente persa. Il passato è soltanto male e non sappiano proprio più cosa farne. Si comprende così anche lo scarso interesse che sempre più si diffonde nei confronti della vecchiaia, delle persone anziane, un tempo rispettate e ritenute preziose perché depositarie del sapere e della memoria senza i quali si sentiva unanimemente di non poter affrontare il presente e di non poter comprendere e prevedere alcun futuro. Nella nostra società gli anziani sono sempre più accantonati poiché letteralmente “contro-corrente”, essendo essi protesi verso la memoria e il passato mentre il mondo è viceversa sempre più proteso esclusivamente verso l’amnesia ed il futuro, col presente che appare una fugace consumazione di circostanze più o meno consapevoli (per lo più indotte dai mass media) o di atti abitudinari e sempre uguali a se stessi scanditi dagli orari di lavoro. Insomma, oggi custodire il passato, e con esso il paesaggio, diviene sempre più un atto di ribellione. Per la prima volta nella storia, “tradizione” fa rima con “rivoluzione”.

Passato, memoria, paesaggio: è tutto collegato. Un paesaggio integro, cioè dai caratteri tradizionali (se non “antichi”), cos’altro è se non una memoria, la storia e assieme il depositario della nostra identità che ha radici più o meno lontane? Anzi, non basta: un paesaggio integro è l’esempio del passato che vive hic et nunc, di un passato che sa e può creare sviluppo economico e addirittura benessere sociale. Del resto tutelare il paesaggio è un atto assolutamente democratico: sì, perché il paesaggio integro è una risorsa che aumenta la qualità della vita di tutti, e viceversa un paesaggio cementificato e deturpato fa la ricchezza soltanto di quelli che guadagnano nel rovinarlo. Malgrado ciò, la popolazione stenta a riconoscere una tale ovvietà in quanto plagiato da un mondo mass-mediatico smaccatamente finanziato dalla speculazione industriale. Purtroppo gran parte dei “contenuti del pensiero” dei cittadini è data oggi dai mass-media (la scuola incide sempre meno), i quali naturalmente non investono molto nel tramandare il passato e la storia e nel promuovere modelli di sviluppo che ne tengano conto. Sicché, se i “diseducati” cittadini non sentono più il bisogno della storia, e quindi della memoria, essi non sentono più nemmeno la necessità di preservare i caratteri originali di un paesaggio in quanto il suo ricordare il passato disturba è contraddice lo “spirito dei tempi”. Ciò fa breccia soprattutto nei giovani, i quali – affascinati dal turismo di low cost & megalopoli – sempre più vedono nelle persistenze della tradizione nel nostro Paese un sintomo di arretratezza, di incapacità se non perfino di corruzione. E così una di quelle poche cose buone che ci rimangono e che andrebbero salvaguardate coi denti, come il paesaggio storico, diviene ai loro occhi l’esempio eclatante di un’Italia che non sa modernizzarsi, che non sa essere al passo con gli altri Paesi (che però – paradossalmente – il più delle volte tutelano il paesaggio meglio di noi!). Così si spiega lo studente universitario che dai finestrini di un treno appena fuori Roma afferma all’amico appena tornato da qualche metropoli mondiale con un low cost: «ancora stiamo con le pecore sui prati, l’Italia è proprio un Paese di merda». Agghiacciante. E pensare che ogni singolo “prato con le pecore” intorno alla Capitale è un miracolo scampato al malaffare. Vorrei sapere cosa mangiano quelli come lui: cellulari e tubi catodici o formaggi, carni e ortaggi prodotti proprio da quei campi così “arretrati”, così “di merda”? Ecco le nuove generazioni ammaestrate dalla tv, per le quali i professori sono dei “coglioni” e lo studio è al massimo il viatico per entrare nel “mondo del lavoro”, non certo uno strumento di maturazione intellettiva e intellettuale. Lo studio serve per prendersi il “pezzo di carta”, non certo per diventare una persona indipendente e consapevole: così dicono tutti, lo dice anche la tv, è così. Anzi, gli stessi insegnanti iniziano a ripetere quel che dice la tv.

Ma non sono soltanto i mass-media i fautori di questo disastro. La colpa di tale degrado proviene anche dal basso: dalla famiglia, dalle comunità locali. Infatti il tipo di sviluppo proposto dalla valorizzazione strategica di un paesaggio integro appare troppe volte alla popolazione come sorpassato, vecchio, “poetico” e di certo poco pratico, non perché sia tale, ma semplicemente perché così viene, quasi sempre, presentato dalle amministrazioni locali, spesso rette da incompetenti e/o faccendieri. Le cose pratiche, auspicabili, moderne, razionali diventano allora solo quelle che hanno fatto e continuano a fare la ricchezza di chi specula sul territorio: imprenditori e politici, siano essi indaffarati nel “buon vecchio” cemento, nel movimento terra o nei nuovi business energetici. I “no-tav” sono ancora una misera e disperata minoranza. E così via a turbogas, centrali eoliche, campi fotovoltaici, poli logistici, centri commerciali, nuove strade parallele ad altre strade. Tutte cose, guarda caso, spesso “benedette” da un’espressione “magica”: sviluppo tecnologico e modernizzazione, di fronte alla quale tutti, bianchi e neri, ricchi e poveri, di destra e di sinistra, finiscono col tacere. Per vent’anni almeno i termini “tecnologia” e “sviluppo” sono stati praticamente “santificati” dai mass media. Sicuramente la tecnologia sa essere utile, ma non è Dio. Non deve produrre fede cieca, bensì deve essere sottoposta a critica ragionevole che ne respinga gli utilizzi inutili e ne promuova quelli indispensabili. E lo sviluppo deve essere qualitativo, non quantitativo: tutte cose che non si misurano col PIL, ma con la presenza di servizi diffusi e con la qualità sia degli ambienti urbani sia di quelli agricoli e naturali. A guardare le statistiche, i Paesi scandinavi ad esempio non sono fra i primi al mondo come PIL, ma primeggiano quanto a diritti, qualità della vita, rispetto dell’ambiente. Bisogna saper leggere e interpretare la parola “sviluppo”, come bisogna dare un giusto posto alla tecnologia senza farle invadere ogni angolo della nostra vita (siamo fatti di carne, non di plastica). Sono argomenti pratici, importanti, attualissimi, ma di cui si parla sempre troppo poco. Forse perché i giornalisti di oggi non sono culturalmente capaci nemmeno di “vederli” né di “concepirli”, né dall’altro lato la popolazione è capace di comprenderli? O perché non fa comodo a chi ci governa de facto il cervello?

Anche tutelare il paesaggio è interesse assai pratico, non certo chimera da poeti, come viene sempre più propagandato. Parlando appunto pragmaticamente, quanto ci costano il mancato sviluppo turistico di alcune zone e il declino paesistico di altre a causa di operazioni assurde, logicamente demenziali di tipo energetico, infrastrutturale o urbanistico? Quanto ci costa (per di più in un momento in cui si taglia su tutto) regalare finanziamenti a pioggia in favore delle rinnovabili, che non vanno verso la riqualificazione energetica dell’esistente (come dovrebbe accadere), ma vanno a favore delle grandi aziende (spesso estere) che colonizzano le nostre aree agricole con le grandi centrale eoliche e fotovoltaiche? Quanto ci costa la mancata bonifica del territorio, con gli ormai continui disastri autunnali delle alluvioni che ha colpito in modo indifferenziato l’intero Paese dal Nord al Centro al Sud (Veneto, Toscana, Liguria, Campania, Calabria)? E quanto ci costa l’avvelenamento delle acque, con la distruzione di aziende agricole e zootecniche, con l’acqua che in sempre più Comuni esce dal rubinetto non potabile? Almeno di fronte a tali disastri appare una certa “unità dell’Italia”, ossia quella dell’incuria e del disinteresse verso l’ambiente e le sue emergenze, verso le sue criticità. E ancora, quanto ci costa, in ogni termine, la crisi nera dell’agricoltura (anche su questo argomento il silenzio assoluto da parte dei mass media) a causa della quale siamo sempre più dipendenti dall’estero PER MANGIARE, noi che siamo il Paese che – per le sue particolari condizioni climatiche – ha la possibilità di auto prodursi praticamente di tutto, nutrendo l’intera cittadinanza? Quanto ci costa in termini economici, sociali e produttivi la scomparsa fra la popolazione dei mestieri tradizionali, sia quelli agro-silvo-pastorali sia quelli artigianali? Infine, quanto denaro il governo potrebbe ottenere punendo gli illeciti ambientali così come si cerca di fare con l’evasione fiscale? Perché non si inizia a sorvegliare davvero il territorio punendo severamente i singoli cittadini o le ditte che scaricano rifiuti lungo le strade e nelle campagne o che costruiscono edifici abusivi, o le aziende che inquinano da decenni ai danni dell’ambiente e della salute dei cittadini? Oggi chi danneggia l’ambiente va considerato alla stregua di un nemico dello Stato, poiché troppo alto è il danno che egli provoca alla collettività e ai pochi mezzi economici della cosa pubblica. E invece, quanto ci costa il lassismo e buonismo su tutto, cui siamo ormai abituati? Facendo il conto di tutti questi costi, la somma ammonterebbe a diverse migliaia di miliardi di euro. Sottratte alla collettività.

Per troppi decenni le regole fondamentali del buon governo del territorio sono apparse cosa non solo superflua ma contraria allo sviluppo economico. La politica ha appoggiato quest’idea, e gran parte del mondo intellettuale “celebre” o ha fatto finta di niente (laddove avesse la preparazione culturale e la sensibilità adatte a capire l’importanza della questione) oppure è apparso nei fatti così culturalmente scadente da non accorgersene nemmeno. Oggi paghiamo il conto dei danni provocati da una società per cui il buon governo è rimasto per almeno cinquant’anni un tabù. Negli anni Sessanta e Settanta, Cederna, Pasolini e pochi altri furono le voci ammonitrici; ai giorni nostri, rari sono, fra i nomi celebri, gli “illuminati” capaci di mettere in guardia dallo sfacelo ambientale e paesaggistico in atto.

Si parla tanto di promozione del made in Italy: eppure l’industria brancola nel buio e le amministrazioni locali paiono sempre più accecate dal mito della “logistica” e da quello dell’edilizia facile di capannoni & villette che rimangono sempre più spesso vuoti e invenduti. Anche in merito alle energie rinnovabili, occorre da subito puntare sulla ricerca e lavorare sulla qualità: dallo Stato vanno incentivati soltanto gli impianti fotovoltaici ed eolici che non vadano a consumare terreni agricoli o a danneggiare ecosistemi naturali e cioè quelli legati all’autoproduzione per gli edifici civili e industriali. Gli stessi impianti eolici in aree agricole, se davvero necessari, potrebbero essere di dimensioni proporzionate al territorio, rifiutando e smantellando gli impianti che oggi si stanno diffondendo (in realtà già obsoleti, ed è per questo che ce li vogliono rifilare dall’estero, come fossimo un Paese del “Terzo mondo”), caratterizzati da torri eoliche di 100 e più metri costruite per realtà ben diverse e vaste di quella italiana. Senza dimenticare l’idroelettrico, storicamente ben presente in Italia dal Nord al Sud (con centrali che spesso sono piccoli capolavori di architettura e ingegneria paesaggistica), che rimane anche a detta degli esperti la tecnologia più pulita ed efficiente (come rapporto costi-danni/benefici) ma che dai nuovi speculatori energetici (e dai loro sostenitori) non viene mai citata, semplicemente perché già c’è.

Ecco: quello che già c’è, nel bene e nel male. E’ questo il punto. Di tutto quello che già c’è di edificato, occorre capire cos’è che si deve eliminare (poiché incompatibile con un buon governo del territorio) e cos’è che invece va migliorato e riqualificato, a livello edilizio, urbanistico ed energetico a seconda dei casi. E soprattutto bisogna puntare su quel che già c’è di unico in Italia e che non ha paragoni nel mondo: vale a dire il nostro straordinario patrimonio ambientale e culturale, fatto di città d’arte, antichi borghi, musei, monumenti, aree protette e paesaggi, ma anche di enogastronomia, produzioni agroalimentari, artigianato, piccola industria e tanto altro ancora. Ed ecco che qui si innesta il riscatto della tecnologia, la quale, non deificata ma resa strumento dell’uomo, dovrebbe porsi al servizio di una valorizzazione-promozione turistica del territorio che ormai corre sui “terreni” sempre più competitivi e sofisticati del web e della comunicazione mass-mediatica. La stessa tutela del paesaggio si dovrebbe avvalere già da tempo dei programmi di visualizzazione satellitare del territorio, che permettono oramai di monitorarlo metro per metro. Davvero, smantellare l’annoso fenomeno dell’abusivismo edilizio, vera e propria piaga italiana, oggi apparirebbe un gioco da ragazzi se solo vi fossero la volontà politica e il rigore necessario (la stessa severità con cui oggi lo Stato si abbatte come una scure sulle nostre tasche).

Considerare il turismo come priorità per il rilancio economico dell’Italia sembra quasi banale. Ma purtroppo non è scontato. Finché nell’agenda della politica nazionale non comparirà una tale priorità (e tutt’oggi non compare), che fissi termini certi per il risanamento del territorio e per la tutela-valorizzazione del suo patrimonio ambientale e culturale, occorrerà continuamente ricordarci che siamo il Paese di Michelangelo e Leonardo da Vinci e che i nostri beni storici, archeologici e paesistici non possono essere abbandonati a se stessi (pensiamo ai crolli di Pompei e allo scempio del Lago di Bolsena) ma che devono essere sorvegliati e ottimizzati in modo da produrre ricchezza per tutti e a lungo termine. Pensiamo alle eccellenze artistiche, storiche e paesaggistiche italiane lasciate al degrado o rimaste improduttive: quante sono? Pensiamo solo alle magnifiche ville venete, alle incisioni rupestri della Val Camonica, alle spettacolari necropoli rupestri dell’Etruria, ai paesaggi e ai monumenti della Campagna Romana, ai siti archeologici e alle aree naturali del Sud. A volte si tratta di luoghi del tutto sconosciuti ancora completamente da valorizzare e mettere in sinergia, in altri casi si tratta di beni che ancor oggi attirano i turisti stranieri affascinati dalle parole entusiastiche dei viaggiatori del Grand Tour ma che non sono mai stati resi turistici; e allora, quanto potrebbero rendere in termini economici se adeguatamente recuperati e resi fruibili?

E per concludere, c’è anche un grande “patrimonio umano e intellettuale” che potrebbe essere utilizzato nella valorizzazione sistematica di tutti i nostri luoghi a vocazione turistica (sia essa reale e già espressa o potenziale e ancora inespressa): è quello dei tanti laureati in materie umanistiche, da sempre dimenticati da tutti e che invece potrebbero trovare finalmente una possibilità di lavoro all’interno di un serio progetto di salvaguardia, valorizzazione e promozione del patrimonio culturale italiano. Si parla sempre di “sostenere la ricerca”, intendendo però esclusivamente quella scientifica o tecnologica. Eppure in un Paese come il nostro la ricerca di tipo storico, letterario, artistico, naturalistico e archeologico o più in generale quella relativa alla valorizzazione dei beni culturali e ambientali dovrebbe occupare un posto di primo piano. Ma se nemmeno i “tecnici” al governo sanno concepire politiche adeguate al rilancio di tutte queste nostre ricchezze e potenzialità, a chi dobbiamo più affidarci?

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