Non disturbare i benefattori della green economy

Un articolo di Vitantonio Iacoviello apparso sul Quotidiano della Basilicata il 17 giugno 2012:

Se qualcuno andasse a leggere la relazione allegata alla richiesta di installare quello che ormai a Lavello ed in Basilicata chiamiamo col solo termine “fenice”, troverebbe affermazioni secondo le quali i venti sarebbero irrilevanti e la zona pressoché disabitata.
Se oggi qualcuno studiasse i progetti presentati per realizzare grandi impianti eolici leggerebbe invece che nell’area di Lavello c’è molto vento e che…la zona coinvolta è pressoché disabitata.
Nelle relazioni dei progetti a grande potenziale impatto,le zone interessate vengono sempre descritte come quasi disabitate…excusatio non petita accusatio manifesta!
Nei progetti, insomma, siano essi per la costruzione di termovalorizzatori ( qualcuno li chiama inceneritori senza badare alla differenza ),o per la realizzazione di grandi impianti eolici e/o fotovoltaici,spacciati per “green economy, o per opere comunque a grande impatto per l’ambiente ed a beneficio economico di pochissimi ,troverete sempre una rappresentazione della situazione quo ante dei luoghi non proprio fedelissima.


Troverete anche un ossessivo rispetto formale di tutto quanto la legge prevede in quanto ad elaborati concernenti la valutazione dell’impatto ambientale,elaborati spesso anche corposi ,ricchi di descrizioni di carattere generale sulla fauna, sulla flora,sui possibili “trascurabili” impatti…ma difficilmente troverete che il contenuto di questi elaborati sia rispondente alla sostanza di quello che la legge prescrive,ricco cioè di tutto quanto necessario ed indispensabile perché chi deve esaminare il progetto abbia una chiara rappresentazione e della situazione di fatto e di quella modificata.
In uno dei progetti eolici che ho avuto modo di leggere,a titolo di esempio, una rappresentazione del territorio è addirittura su una carta risalente a prima della riforma fondiaria! E come fa un esaminatore ad “esaminare” e giudicare, se è tratto in inganno dal fatto che le decine di case coloniche dell’area non sono rappresentate?
Si ha l’impressione che questi signori ritengano che tutto sia loro dovuto,che possono permettersi di non perdere eccessivo tempo a studiare e rappresentare il territorio e che le popolazioni presso le quali si degnano di accomodarsi ed alle quali riservano le loro benevoli attenzioni non abbiano almeno pari dignità si ha l’impressione che ogni pretesa di rispetto di diritti fondamentali sia sempre vista con fastidio.
E anche quando non solo le popolazioni , ma anche le autorità vogliono salvaguardare l’ambiente in senso lato,questi benefattori pretendono di dettare condizioni e di non essere disturbati più di tanto.
Caso eclatante ,che riguarda proprio Fenice, è la individuazione dell’area da bonificare, che l’azienda vorrebbe limitare alla sola area ove trovasi allocato l’impianto e per le popolazioni, questa volta istituzioni comprese,è invece tutta quella contaminata.
Quale debba essere quest’area dipenderà dalla ragionevolezza che Fenice vorrà mettere in campo,anzitutto ottemperando alle osservazioni mosse dalle istituzioni nazionali e regionali e poi mostrandosi finalmente disponibile ad ammettere una fondamentale evidenza:pur in assenza di indagini epidemiologiche che ormai tutti pretendiamo ( grazie Elisabetta Zamparutti, grazie Comitato di Lavello),appare ragionevole ipotizzare che l’impianto , da quando è entrato in funzione, non abbia irrorato acqua di colonia,né cosparso i terreni circostanti di concimi biologici , né certamente migliorato le condizioni di vita e la salute delle popolazioni dell’area.
Se non si parte dal rispetto dell’altrui dignità, se i parametri di valutazione di fenice dovessero essere solo di carattere economico e non anche di rispetto per il prossimo , al di là dei meri aspetti formali ,allora bene fanno Comitato Diritto Alla Salute ed OLA a chiedere la chiusura dello stabilimento,in ottemperanza al principio di precauzione, quantomeno.
vitantonioiacoviello@tiscali.it

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